All Things Must Pass: il riscatto di George Harrison

Lo metto subito nero su bianco: non ho mai sopportato la musica indiana. Strumenti quali il sitar, la dilruba, i tabla o i tambura riesco a reggerli solo se usati cum grano salis. Quando invece rappresentano la colonna portante del brano, quel brano semplicemente non fa per me. Quindi confesso: quando mi capita di ascoltare Revolver o Sgt Pepper, arrivato rispettivamente a Love You To e Within You Without You, faccio skip forward. Sono una brutta persona, lo so.

Questa mia tara ha posticipato a lungo l’acquisto di All Things Must Pass, il primo album post-Beatles di George Harrison. La paura di ritrovarmi in mano un disco pieno di musica raga e nenie orientali era forte, ma poi ho pensato che – al di là di queste due canzoni e di The Inner Light – il resto del catalogo harrisoniano nei Fab Four vantava gemme pop preziosissime, che nulla aveva da invidiare al repertorio ben più nutrito dei sodali Lennon e McCartney, soprattutto per quanto riguardava le composizioni degli ultimi lavori (si veda alla voce While My Guitar Gently Weeps e Something).
Quando finalmente ho rotto gli indugi e preso l’album, al primo ascolto ho fugato ogni dubbio e messo da parte certi stupidi pregiudizi: si trattava di un’opera monumentale, punto.

All’epoca della genesi di questo triplo album George Harrison ha da poco compiuto ventisette anni, si è lasciato alle spalle l’esperienza della band pop-rock più grande di sempre e si è ritrovato con una quantità spropositata di brani che non avevano trovato posto all’interno dei capolavori del gruppo. Quando Phil Spector – produttore designato per l’occasione – mette mano al materiale, rimane impressionato da quella moltitudine di canzoni. Harrison assembla i pezzi ad Abbey Road con vecchi e nuovi amici: Eric Clapton, Ringo Starr, Klaus Voorman, Billy Preston, i Badfinger, i futuri Derek and the Dominos e molti altri (alle session di Art of Dying partecipa pure un giovane Phil Collins alle conga).

All Things Must Pass è una sorta di compendio musicale di tutto quello che Harrison ha sperimentato nel corso della sua vita: la spiritualità e il misticismo, l’amicizia e l’amore, il successo con le sue controindicazioni e le magagne celate nel material world. L’artista di Liverpool affronta tutto ciò in gioielli come My Sweet Lord, Isn’t It a Pity, What Is Life, Beware of Darkness, Run of the Mill. La carne al fuoco è talmente tanta che diventa impossibile citare tutto: le collaborazioni con Dylan di I’d Have You Anytime e If Not For You; la rabbia di Wah-Wah, scritta di getto dopo un diverbio con Paul ai tempi di Let It Be; la coralità gospel di Awaiting On You All, con la melodia concepita mentre si stava lavando i denti (a chi non è successo, d’altronde?); il folk gioviale di Apple Scruffs, atto di riconoscenza verso quei fan perennemente appostati fuori dagli studi di Abbey Road; i fiati e la slide della title-track, musicalmente molto vicina a quel concetto di Americana riconducibile a The Band. Infine la libertà espressiva senza regole rappresentata dalle jam strumentali che vanno ad occupare le ultime due facciate dell’album.

Con All Things Must Pass George Harrison ottiene quell’indipendenza artistica mai raggiunta nei Beatles, dove i suoi contributi erano giocoforza limitati dal talento incommensurabile del duo Lennon-McCartney.

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