ANTIQUE BOUTIQUE DE LA MUSIQUE – Nel continente Afro … paraponziponzipò

Di Fabrizio Croce

C’è stato un tempo in cui se chiedevi dove si trova il continente Afro, qualcuno ti avrebbe risposto tra Lazise e Gabicce.

In quello spicchio d’Italia che include la Bassa Bresciana, il Lago di Garda e la Via Emilia fino al confine con le Marche è racchiusa una delle storie più suggestive ed originali legate alla musica nel nostro paese e, come capirete bene, l’Africa, come continente geografico e luogo fisico c’entra ben poco.

E’ una storia dove la fantasia, l’incoscienza, il gioco svolgono ruoli fondamentali e, al contrario, l’etnologia, la filologia e la strategia probabilmente non sono mai entrate, nemmeno per un momento.


Fu, infatti, l’entusiasmo dei suoi giovani protagonisti a scriverla, alcuni poco più che adolescenti, inesperti e ricchi di immaginazione come potevano esserlo solo i ragazzi più svegli nel tempo in cui l’Italia era solo una immensa provincia che cominciava a scoprire i risultati del ‘68, della emancipazione sessuale e di tutte le altre conquiste culturali e sociali degli anni ’70.

Il Vagabondo
Il Vagabondo

Perché tutto sia nato lì e non, ad esempio, a Milano, Torino, Roma o, addirittura, a Londra, Parigi o Berlino, considerando che il fenomeno di cui stiamo parlando ha avuto una rilevanza ed un seguito sul piano internazionale, è dipeso solo da coincidenze astrali.

E’ vero che la regione dei laghi compresa tra Trentino, Lombardia e Veneto e la Riviera Adriatica sono da sempre mete del turismo spensierato e della villeggiatura di italiani e stranieri, ma tra il ’77 ed il ’78 non lo erano ancora nelle dimensioni che conosciamo: le discoteche stavano nascendo o prendendo il posto delle vecchie balere praticamente in tutta la penisola e impersonavano perfettamente la conquista del concetto di “svago” da parte degli italiani maggiorenni e patentati di 45 anni fa.

Non è stata questa, dunque, l’unica leva di un fenomeno culturale, prima ancora che musicale, che ha avuto all’epoca e negli anni a venire una influenza sulla formazione musicale di una generazione non molto inferiore a quella generata dalla Disco Music o dalla New-Wave.

Cosmic Discoteca


Una fama anche contraddittoria, va detto, perché la carica musicale fortemente “creativa” e per una volta non derivativa di cui il fenomeno era portatore era compensata spesso, soprattutto nell’opinione pubblica poco smaliziata, da un’aura “maledetta” che si legava alle abitudini ed all’attitudine del suo popolo.


Se vi è capitato di aver visto il recente Docu-Film su San Patrignano, vi sarete fatti anche un’idea di quale poteva essere la facilità di accesso e di assuefazione per gli ingenui ragazzi e ragazze del tempo ad ogni nuovo tipo di trasgressione: ecco, giusto per inserirla in un contesto geografico, la Comunità distava in linea d’aria poco più di 20 km. Da luoghi come Melody Mecca (Covignano), Tabù (Cattolica), New York (Miramare) o Baia degli Angeli (Gabicce) e dalle province di Reggio, Modena e Bologna, altri storici “focolai” della contagiosa Febbre del Sabato sera, non è che ci fosse tutta questa strada.

Non stiamo a fare del moralismo, è solo una considerazione sulle dinamiche diaboliche che da sempre si sono impossessate della sana voglia di evadere e sognare di tanti giovani.

Fu ed è stato sempre il “rovescio della medaglia” di nuovi passatempo che interessano soprattutto la popolazione più “immatura”, ma non deve necessariamente sminuire la portata “sovversiva”, lo dico in una accezione positiva, dell’azione concomitante che una schiera di giovani di quelle zone d’Italia, non necessariamente collegati tra loro, ma uniti dalla passione per la musica e dal nuovo ruolo sociale del “metti-dischi” (poi, per tutti, DJ), operarono sulla società italiana.

Nel momento stesso in cui ci si abituava a fare i conti con un nuovo modo di stare insieme nella massima libertà, in un paese ancora fortemente ancorato alle tradizioni, si doveva imparare a conoscerne anche la “dark side”, l’aspetto meno ammiccante e urlato, le forme meno fedeli al modello originale, che poi era quello diffuso dalla “Saturday Night Fever”, e meno incanalate nelle logiche del mercato che andava assumendo un ruolo sempre più opprimente sulla libertà di sviluppare un pensiero indipendente.

Ai tempi dell’università e già attivo nella gestione di locali, anche come DJ, volli andare in Tour per questi luoghi (la Mecca e la Baia per essere preciso) che trasudavano mitologia attraverso preziose Musicassette mixate e numerate e mi suscitavano curiosità anche antropologica, conservando con me, alieno per scelta di vita ad ogni emozione artificiale, intatta fino ad oggi la potenza evocativa di quell’esperienza.



Quelli, vi garantisco, erano posti dove, anche se riuscivi ad essere impermeabile alle tentazioni ed a concentrarti solo sull’aspetto musicale, ebbene, l’offerta era pazzesca e diversa da ogni altra. C’erano insieme coraggio e pazzia, elettricità e calma meditativa, energia fisica e mentale: più che in una discoteca eri in un tempio pagano, con ritualità molto diverse in pista ed in console, da una parte e dall’altra della “parete”

Baia degli Angeli

Il ballo era sempre l’obiettivo ultimo, ma da queste parti si usava la musica in un modo nuovo, appena un attimo dopo che qualcuno aveva imparato a “manipolarla” attraverso due giradischi ed un mixer: qui ed ora entravano … in ballo concetti nuovi come la fedeltà del suono, lo studio delle frequenze, le funzioni rese possibili o raggiungibili attraverso la nuova tecnologia a disposizione (il contagiri del piatto, l’equalizzazione del mixer, le fasi dei diffusori, la sovrapposizione in diretta di voci e strumenti).


Così, poteva capitare anche che un brano venisse riprodotto ad una velocità radicalmente diversa da quella a cui era stata incisa e entrasse nella “storia” anche o solo in questo modo, alla faccia della sua paternità artistica e creativa (dunque i 33 giri suonati a 45 e viceversa). Come pure era frequente che il regista musicale della serata alternasse nello spazio di pochi minuti o addirittura provasse a sovrapporre Funky e Minimalismo, Gamelan indonesiano e musica elettronica, Batucada e New-Age, Raga indiani e Psichedelia con risultati che, al netto del carico di sperimentazione e di possibile sfasamento, potevano risultare esaltanti e magici.


Ecco, su queste basi si andò definendo un genere che portava l’Africa in seno non meno degli altri quattro continenti, semmai ne trasportava le suggestioni più arcaiche, i canti ed i ritmi tribali, in universi e contesti
musicali totalmente diversi.

Body Music Afro Funk Lp
Afro Funk ‎– Body Music Lp

Una tendenza, per meglio dire, che per una legge non scritta figlia dell’essere pratici e della “non conoscenza” – chiamarla ignoranza sarebbe dispregiativo e questa attitudine fiera e “sborona” non lo merita – ha finito col chiamarsi Afro :che poi stessimo ascoltando i Simple minds o i Kraftwerk, i Weather report o Mike Oldfield cambiava poco o nulla, quello che contava era l’alchimia che si stava compiendo dietro una Console, l’esotismo ed il mistero che aleggiavano attorno a quella combinazione di suoni.


Forse è stato l’unico caso, certamente il primo, nella vasta gamma di musiche e generi “da discoteca”, in cui la capacità e l’estro del DJ sono diventati importanti almeno quanto l’istinto originario e l’intento compositivo dei musicisti di cui si riproduceva un brano: tutto quello che è arrivato dopo, dai ’90 in poi (penso soprattutto a sperimentazioni più vicine nel tempo come Breakbeat, Jungle e Drum’n’Bass) in qualche modo ha sviluppato quelle intuizioni.


Quella “strana cosa” a base di originali truccati o di veri falsi è durata il tempo di 6/7 anni prima di divenire essa stessa un canone, con tanto di nuovi originali che imitavano i vecchi e clichè di un genere che non voleva essere tale, e poi essere relegata a fenomeno per nostalgici (con tanto di Raduni, serate Revival, ecc.) dall’avvento della House Music e di tutto ciò che ne è seguito.

Flyer Afro Raduno
Afro Raduno

I tanti suoi protagonisti, però, come autentici animali da riserva, sono sopravvissuti quasi tutti all’estinzione riuscendo a perpetuare quel mito e quella preziosa arte di cui ci hanno deliziato fino ai giorni nostri e, in rari
casi, raccogliendo anche quanto avevano seminato in anni pioneristici e non ancora smaliziati.


Magari la magia degli inizi ha lasciato spazio alla routine, ma questo riguarda ogni tendenza musicale, però dobbiamo riconoscere alla perseveranza di autentici artisti come Daniele Baldelli (il padre spirituale),
Claudio Rispoli (Moz-Art), Claudio Tosi Brandi (T.B.C.), Fabrizio Fattori, Beppe Loda, Luca Reggiani (Rubens), Rudy Franceschi, Daniele Mei (Meo), Mauro Berretti (Ebreo), Yano Betti, Pierangelo Mulazzani (Pery), Andrea Guiducci (Spranga) e l’austriaco Stefan Egger, che ha saputo portare quella preziosa sensibilità oltre le Alpi orientali, di aver fatto arrivare fino a noi questa tradizione.


Merita, in ultimo, di essere citato anche quel variegato mondo di produzioni musicali artigianali ed autoctone che hanno iniziato a popolare il villaggio musicale a partire dalla fine degli anni ’70 dietro denominazioni esotiche di fantasia: e così dietro il progetto “Tantra” si celava il produttore Celso Valli, dietro “Voice of Africa” Severo Lombardoni, “Koto” era il nome d’arte del duo Cundari e Maiola, “XR7” era Aldo Caporuscio, “Traesko” Riccardo Cioni, “Arabian prince” Mario Aldini, “Egotrya” Beppe Loda e via così.

Foto di un raduno Afro in riviera
Foto di un raduno Afro in riviera

C’era un po’ una rincorsa al fascino dei mondi lontani e di culture altre e se poi si mischiavano un po’ alla buona la Sfinge e il Buddha, i Maya e gli UFO, i riti Voodoo e il misticismo Sufi … machissenefregava.


Provare oggi a tracciare una Playlist ideale è come fare il giro del mondo in 80… minuti.


Pertanto seguirò istinto e cuore, saltando i prodotti da cartolina e privilegiando la vera, intatta qualità di certa merce preziosa in quel contesto musicale, in un’alternanza di emozioni che è sempre piacevole vivere e condividere.

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