Barrett: un diamante pazzo è per sempre

di Andrea Ceccarelli

Quando il 14 novembre del 1970 uscì il secondo album solista di Syd Barrett, intitolato semplicemente Barrett e senza nemmeno l’ombra di un singolo ad anticiparlo, l’accoglienza generale fu piuttosto fredda. E pensare che le vendite iniziali del debutto The Madcap Laughs, uscito a inizio anno, avevano fatto ben sperare la EMI che si era convinta a investire per un suo seguito. Syd doveva ancora compiere venticinque anni, ma la sua stabilità psichica era già più che compromessa, e quella che poteva essere una lunga carriera musicale stava invece già volgendo al termine.

Considerando quanto già fatto coi Pink Floyd, a Barrett furono sufficienti tre album e una manciata di singoli per entrare nella leggenda e restarci per sempre. I Pink Floyd, già. Fu lui a ideare quel nome prendendo spunto da due vecchi bluesmen, e quando esordirono col capolavoro The Piper at the Gates of Dawn, al timone c’era sempre lui: cantante, chitarrista e principale autore. Insieme ai riconoscimenti e a un discreto successo, cominciarono però a manifestarsi i primi segnali di precarietà mentale, riconducibili senz’altro all’uso massiccio di droghe ma forse anche a una personalità fragile e schiva, incapace di reggere il peso della fama. Durante i live iniziò a trasformarsi in una statua di sale, smettendo di suonare o cantare all’improvviso, e la sua presenza si rivelò sempre più simile a quella di un fantasma, decretandone di fatto l’uscita/allontanamento dal gruppo.

L’amico David Gilmour, oltre a sostituirlo nei Pink Floyd, ricoprì un ruolo fondamentale anche nei lavori in proprio dell’artista di Cambridge. Senza la sua produzione e supervisione generale, i due album forse non avrebbero nemmeno visto la luce, specialmente Barrett.
Seguire Syd in sala d’incisione infatti era praticamente impossibile: non faceva mai un brano allo stesso modo e i musicisti – tra i quali figurano lo stesso Gilmour al basso, l’altro Floyd Rick Wright alle tastiere e Jerry Shirley degli Humble Pie alla batteria – dovevano spesso corrergli dietro o lavorare sui pezzi in un secondo momento. Le indicazioni di Syd, quando presenti, erano alquanto incomprensibili. Roba del tipo: “Forse potremmo fare la parte centrale più buia e il finale più pomeridiano… per ora mi sembra troppo ventosa e gelida”.

Il delirio e la confusione generale hanno comunque contribuito a dare quell’impronta magica e alienante all’album che, pur non raggiungendo le vette toccate con Piper, rispecchia perfettamente la grandezza e la genialità del suo autore. Vi trovano posto il folk venato di psichedelia di Baby Lemonade e Love Song; il pop stralunato e raggiante di Gigolo Aunt; il blues aggressivo di Rats, quello intorpidito e mugugnato di Maisie e quello sbilenco e aspro di Wolfpack; le armonie ondivaghe di It Is Obvious e le chitarre intinte nell’acido di Dominoes; le reminiscenze floydiane di Waving My Arms in the Air e Wined and Dined, e la filastrocca sbarazzina della conclusiva Effervescing Elephant.

Per la copertina di quello che si rivelò poi essere il suo testamento musicale, Syd optò per un suo vecchio disegno. Una scelta che si dimostrò in qualche modo profetica, visto che dopo l’uscita di Barrett passò il resto della sua vita a dipingere in totale isolamento, senza più produrre una nota nemmeno per sbaglio.

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