Bigger than Oasis: il sensazionale debutto degli Arctic Monkeys

Sono già passati quindici anni da quando Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not arrivava nei negozi inglesi facendo esplodere il fenomeno Arctic Monkeys. Solo in quel 23 gennaio del 2006 vendeva qualcosa come 120.000 copie, superando le 360.000 alla fine della prima settimana. Cifre da capogiro che consacravano quell’esordio come il fastest selling debut album, stracciando perfino il record di Definitely Maybe degli Oasis, uscito peraltro in un’epoca in cui i dischi si vendevano ancora più che bene e gli stravolgimenti del mercato musicale ascrivibili a internet – così come anche le masterizzazioni selvagge – erano ancora di là da venire.

Ma lasciamo da parte i numeri e riavvolgiamo il nastro. Tutto ha inizio nel natale del 2001 quando Alex Turner e Jamie Cook, compagni di liceo e vicini di casa, ricevono come regalo dai genitori una chitarra. I due cominciano a suonare insieme e coinvolgono nel progetto il batterista Matt Helders – residente come loro nel quartiere High Green di Sheffield – e il bassista Andy Nicholson. Dopo aver preso sufficiente confidenza con gli strumenti, i quattro incominciano a suonare nei pub locali costruendosi fin da subito un discreto seguito. Registrati i primi demo, invece di citofonare a questa o quella etichetta, decidono di masterizzarli e distribuirli gratuitamente ai loro live tra i fan che sera dopo sera aumentano in maniera esponenziale. Uno di loro diffonde il tutto su internet (assemblandoli alla bell’e meglio e intitolando la raccolta Beneath the Boardwalk), un altro crea a loro insaputa la pagina MySpace e i Monkeys diventano ufficialmente the next big thing. Arrivano le attenzioni della BBC Radio e della stampa inglese e nel giugno del 2005, un mese dopo l’uscita del singolo autoprodotto Five Minutes with Arctic Monkeys, il gruppo firma per la Domino.

L’hype che si è creato è talmente smisurato che il loro esordio ufficiale, previsto per il 30 gennaio del 2006, viene anticipato di una settimana: era da quando imperversava il britpop che un album non suscitava tutto questo clamore. Anticipato dai singoli I Bet You Look Good on the Dancefloor e When the Sun Goes Down – il primo con chitarre in stile Gang Of Four, il secondo paragonabile a dei Franz Ferdinand travestiti da LibertinesWhatever People Say I Am, That’s What I’m Not conquista subito critica e pubblico. Impossibile resistere a queste tredici tracce racchiuse in appena quaranta minuti: riff spigolosi (Perhaps Vampires Is a Bit Strong but…) e pruriti funky (Red Light Indicates Doors Are Secured), sterzate hard (The View from the Afternoon) e brani a rotta di collo (You Probably Couldn’t See For The Lights but You Were Staring Straight at Me e Still Take You Home), reminiscenze garage (Fake Tales of San Francisco) e ballate più (Mardy Bum) o meno (Riot Van) vivaci. E infine: gli Streets che si fanno Buzzcocks di From the Ritz to the Rubble e gli Strokes capitanati da Pete Doherty di A Certain Romance. Il tutto perfettamente sorretto da una produzione asciutta e dai magnifici testi di Alex Turner, all’epoca poco più che maggiorenne ma già abilissimo nel tratteggiare (ab)usi e costumi dei giovani clubbers inglesi, tra improbabili abbordamenti in pista e sbornie epiche, scorribande notturne e storie di prostitute.

Fin dal primo ascolto era facile rendersi conto di trovarsi davanti a qualcosa di importante, che avrebbe lasciato il segno, destinato insomma a diventare un classico del suo tempo. Oggi, a quindici anni di distanza, ne abbiamo l’assoluta certezza.

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