BLUES DELLA FINE DEL MONDO

di Nicolò Bertotto

Per il primo compleanno di Futura, torniamo sui libri con una combo dedicata a un tema caldissimo e accattivante.

Tra una lecture di Ian McEwan del 2007 e una raccolta di saggi di Jonathan Franzen pubblicata nel 2019, parliamo di due interessanti nuove uscite, una di Mark O’Connel, l’altra di Carla Benedetti.

Blues della fine del mondo, Ian McEwan. Giulio Einaudi Editore - Vele

Einaudi, 2008

 

Nel suo Blues della fine del mondo, Ian McEwan ricorda quanto sia ricorrente, da sempre, l’idea che la civiltà debba avere una scadenza.

Merito anzitutto delle religioni e delle varie escatologie, del Libro dell’Apocalisse e della profezia dell’Armageddon: “qualunque mito della creazione deve contenere un capitolo finale. Se il mondo è opera di Dio, allora è potere di quel Dio distruggerlo”.

Nel corso della storia, il credo apocalittico è stato alimentato da sedicenti profeti che hanno predicato data e modo della distruzione totale. Oggi, in maniera più fondata, da eventi che materializzano lo spettro della catastrofe: il rischio sempre dietro l’angolo di guerre nucleari, il degrado ambientale, quello climatico, le pandemie.

Anche la scienza gioca la sua parte: da un lato avverte che la prospettiva dell’estinzione è reale grazie a studi sugli effetti dell’innalzamento del livello dei mari e delle temperature; dall’altro, ci ha fornito tecnologie per “distruggere noi stessi e la nostra civiltà in meno di un paio d’ore, o per diffondere un virus letale sull’intero pianeta in capo a due giorni”.

Il senso della fine è più in generale un aspetto della nostra natura: “qualcosa che ha a che fare con la nozione profonda di tempo e con il nostro peso irrisorio nella sconfinata vastità dell’eterno … Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose”.

Per McEwan possiamo cavarcela, ma affrontando l’incertezza quotidiana sul nostro avvenire con la convinzione che, fino a prova contraria, non verrà nessun Dio benevolo a salvarci, ma dovremo pensarci da soli.

Come ? Il prossimo libro suggerisce qualche dritta.

Appunti da un'Apocalisse. Viaggio alla fine del mondo e ritorno - Mark O'Connell - copertina

Il Saggiatore, 2021

Il reportage Appunti da un’apocalisse illustra le più radicate e attuali tendenze in materia, che lo scrittore Mark O’Connell ha registrato in chiave critica.

Per i Preppers, il giorno del giudizio arriverà sicuramente, anche soltanto sotto forma di collasso del sistema economico. L’Autore ne intervista qualcuno. Sono convinti che quel giorno l’America tornerà ai tempi del Far West, con bande di predoni dedite alla violenza e al saccheggio. Così, in vista del doomsday, costruiscono rifugi nel sottosuolo dotati di chiusura ermetica, acqua corrente, generatori d’aria ed elettricità, scorte a non finire di kit e cibi survival per sé e la propria famiglia. Fatevi un giro sui loro canali Youtube per rendervi conto di quanto la cosa sia diffusa, anche da altre parti, persino da noi.

O’Connel annuncia poi la formazione di comunità prepper più … elitarie, come quella pronta ad occupare il proprio spazio esclusivo nell’X-Point: un’area militare dismessa in Sud Dakota, acquistata da un imprenditore che intende trasformare vecchi bunker in residenze fortificate e inaccessibili, con comfort e finiture di pregio. Tutto il bunker complex sarà protetto da apposita sorveglianza per respingere assalti dall’esterno.

Il livello ancora superiore è quello dei tycoon della Silicon Valley: alcuni stanno acquistando enormi appezzamenti di terre incontaminate in Nuova Zelanda, per garantirsi risorse naturali illimitate quando da altre parti del globo finiranno; altri finanziano ricerche per velocizzare la colonizzazione di Marte, la “polizza assicurativa della civilità” per l’ipotesi in cui la terra divenga invivibile prima del previsto.

Gli appunti di viaggio di O’Connell svelano i diversi approcci ideologici che sottendono al survivalismo.

Quello dei Preppers è (tra l’altro) marcatamente egoista e individualista: “… mi viene in mente … il giudizio di Margaret Mead su cosa significhi asserragliarsi in un rifugio: rifuggire l’idea che il nostro destino possa essere comune, che si possa vivere insieme anziché sopravvivere soli”.

Soltanto in pochi ritengono che nella catastrofe sarà sempre necessario uno spirito solidale, che le persone sopravviveranno “grazie all’unica cosa che [ha] sempre permesso … di sopravvivere: la comunità”: si potrà resistere “solo imparando ad aiutare le persone … solo rendendoci indispensabili agli altri essere umani”.

Quello dei magnati della Silicon Valley nasconde in realtà un’idea di indipendentismo, l’aspirazione di creare feudi svincolati da qualsiasi autorità governativa, liberi da regole preposte: il sogno proibito di qualsiasi multinazionale.

La letteratura ci salverà dall'estinzione - Carla Benedetti - copertina

Einaudi, 2021

L’era in cui viviamo – Antropocene – è diffusamente nota come quella che potrebbe portare alla sesta estinzione di massa.

Scienza e movimenti ecologisti affermano con certezza che l’uomo ha i giorni contati.

Nonostante una diffusa consapevolezza, sembra che non siamo in grado di modificare la direzione della nostra corsa verso la tragedia annunciata.

Con La letteratura ci salverà dall’estinzione, Carla Benedetti propone una possibile soluzione per invertire la rotta.

L’Autrice muove dall’incontestabile assunto per cui, nel corso della sua evoluzione, l’uomo non ha mai sviluppato un effettivo senso di empatia per le generazioni future e per gli esseri non ancora esistenti, sforniti di protezione anche a livello giuridico.

Questo buco può essere riempito dalla letteratura, che nella sua lunga storia “ha trasportato non solo conoscenze ma anche sogni, emozioni, sentimenti; non solo pensiero ma anche cellule germinali di ulteriore pensiero, e ha sempre avuto una specifica forza di prefigurazione e di rigenerazione”.

Per stimolare la creazione di un efficace “senso di emergenza positivo” – che consenta di passare finalmente dalle parole ai fatti, facendo rete con altre discipline – la letteratura non deve appiattirsi sulla funzione conoscitiva di rappresentare la realtà, deve piuttosto, attraverso parole suscitatrici, esercitare un potere che è da sempre nelle sue corde, quello “di stimolare un cambiamento radicale dei modi di pensare che stanno portando la specie umana alla catastrofe”. Per tale via, la letteratura può assumere un ruolo centrale: una pratica in grado di produrre significativi mutamenti, non soltanto di raccontarli o di stimolare riflessioni su di essi.

Benedetti porta alcuni esempi letterari, come il Noè di Anders, che per farsi ascoltare dalla collettività celebra un funerale per le generazioni a venire. L’Autrice  sottolinea inoltre l’utilità di recuperare le antiche suggestioni dell’epos, riaffermando così la centralità delle forze naturali che non possiamo dominare, scomparse dalla narrativa moderna occidentale, ormai incline a tratteggiare storie umane sullo sfondo di relazioni e ambienti completamente asettici.

La parola deve offrire una diversa inquadratura dell’essere umano: non più artefice o dominatore dei processi naturali, ma “specie terrestre interconnessa alla vita degli altri terrestri non umani e alle forze ‘inanimate’ della Terra e dell’universo”.

Terrestre, per l’appunto, è uno dei concetti dotati di maggiore forza suscitatrice, perché (ri)colloca l’uomo nella cerchia delle altre specie viventi, animali e vegetali, legate da una comune identità e da un comune destino.

La fine della fine della terra - Jonathan Franzen - copertina

Einaudi, 2019

Come amante dell’ornitologia nonché accanito birdwatcher, Jonathan Franzen ha toccato con mano questo legame tra l’uomo e le altre specie viventi.

Nei saggi raccolti in La fine della fine della terra, lo scritture americano ci porta in giro per il mondo tra centri di biodiversità e riserve naturali, dalla Costa Rica all’Africa, fino in Antartide, ove il progressivo restringimento dei ghiacciai costituisce la massima espressione della “morte ecologica” minacciata dal riscaldamento globale.

Tra i suoi fedeli resoconti su come l’attività umana incida in vario modo sulla preservazione di molte specie volatili, sono sparse illuminanti “pillole”.

Le politiche di tutela dell’ambiente presentano alcune incongruenze, che vanno rappresentate sotto voce per evitare di essere tacciati di negazionismo climatico.

Il proposito della conservazione della natura genera grande imbarazzo in un mondo sconvolto da ben più devastanti conflitti umani.

Per quanto sia inconcepibile un mondo senza giovani, paradossalmente non avere figli sarebbe l’azione più efficace che il singolo possa intraprendere per interrompere l’aumento demografico che, bruciando ogni risorsa, porterà alla fine della vita.

L’ambientalismo è una sorta di puritanesimo: “Entrambi i sistemi di credenze sono ossessionati dall’idea che essere umani significhi di per sé essere colpevoli. Nel caso dell’ambientalismo, l’idea è fondata su prove scientifiche … gli esseri umani sono assassini universali del mondo naturale. E ora i cambiamenti climatici ci hanno fornito un’escatologia per fare iI conti con il nostro senso di colpa: presto, in un domani infernalmente surriscaldato, arriverà il giorno del giudizio. A meno che non ci pentiamo e cambiamo vita, saremo tutti peccatori nelle mani di una Terra arrabbiata”.

L’ultimo pezzo della raccolta – XING PED – è forse quello (meno ottimista e) più schietto ed evocativo della nostra incapacità di guardare lontano, ignorando un futuro che pensiamo non arriverà mai, grazie a politiche che distolgono il nostro sguardo miope: “Gli esseri umani sono esseri umani, e sono programmati come sono programmati. Ci penseremo quando sarà il momento”.

Ascolto consigliato per le letture: Late Arcade, dei Real Lies

Open in Spotify

 

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *