Chuck Klosterman – L’uomo visibile

Alter Ego Edizioni, 2020 – copertina di Luca Verduschi – traduzione di Leonardo Taiuti

di Nicolò Bertotto

Diventare invisibili. Tutti ci abbiamo fatto un pensierino, almeno una volta nella vita. Sparire dalla circolazione, continuando a circolare. Essere e non essere. Anche soltanto per una limitata frazione di tempo: quando è il momento buono. Svanire in presenza, riapparire assenti.

Per Y___, il misterioso protagonista de L’uomo visibile di Chuck Klosterman, l’invisibilità è l’unico modo per rendere possibile – senza farsi beccare – un’ambizione covata sin dall’adolescenza: “ciò che volevo davvero era sapere … come pretendevano che mi relazionassi con quelle persone, se neanche sapevo chi erano davvero … come faccio a scoprire le verità invisibili … A un certo punto mi sono scoperto ossessionato da queste domande, tanto da mettermi a pedinare la gente”.

A raccogliere la testimonianza di Y___ è Victoria, una psicologa alle prese con questo paziente decisamente insolito che pretende di essere ascoltato per telefono e non dalla chaise longue, lascia messaggi di notte, impone metodi, seleziona i temi da analizzare. Il suo eloquio è razionale, ma non il suo racconto: lavorando sulla “rifrazione”, Y___ ha trovato un sistema per non essere visibile ad occhio nudo (!?), ma ha sfruttato i risultati delle sue ricerche in modo … discutibile. Perciò intende sottoporsi alla terapia di uno strizzacervelli.

Y___ è soltanto un dissociato con una buona padronanza della fisica molecolare ? Oppure c’è qualcosa di vero nelle sue parole ? Chi o cosa si nasconde dietro il telefono: uno psicopatico, un sociologo un pò mattoide o “un brillante scienziato trasformatosi in supereroe amorale” ?

La verità emergerà in un crescendo dalle carte di Victoria e dall’ apparizione – … a loro insaputa – di personaggi come Valerie e il “donnaiolo mezzo messicano”. Entrando nelle loro case e osservandone di nascosto i comportamenti grazie alla mimetizzazione di Y___, rifletteremo su alcune verità indisputabili: siamo visibili e dunque realmente noi stessi – con tutti i nostri pregi e difetti – soltanto quando pensiamo di essere invisibili perché inosservati.

Ma l’epicentro del libro resta lo studio di Victoria e l’evoluzione del rapporto professionista – cliente l’impalcatura reggente una narrazione disarticolata e non frequentissima, che ha polarizzato le attenzioni della critica. A mo’ di romanzo ottocentesco, si inizia dalla lettera d’accompagnamento su carta intestata con la quale Victoria consegna all’editore il proprio manoscritto. Poi il caso Y___ viene sviscerato attraverso e-mail, appunti e sbobinature dei colloqui, intervallate da valutazioni e parentesi diagnostiche che rendono ogni pagina sempre più interessante di quella precedente, fino a comporre un feuilleton di sedute.

Ci sono commenti molto più dotti e azzeccati di questo su L’uomo visibile. Per esempio quello di Alice Pisu in Minima et moralia – dove troverete anche riferimenti cinematografici e letterari (e quindi altre letture consigliate) – e quello di Paolo Latini, in Americanorum: “Klosterman osservando ‘persone invisibili in bella vista’ mostra come le nuove generazioni, Millennial e Zoomer, sono talmente abituate a vivere nella campana di vetro delle loro identità digitali da non riuscire … a comunicare in modo sincero”. Ma in fondo questo problema riguarda ora tutti noi, costretti da un anno a tenere contatti sociali, familiari e professionali soltanto o prevalentemente da remoto.

Da par mio, ho una dritta più scontata e banale, ispirata da una delle varie citazioni bibliografiche di Y___. Dopo L’uomo visibile, o prima, non è male cimentarsi con L’uomo invisibile di H.G. Wells: il padre spiriturale del libro di Klosterman.

L’ho acquistato in un’edizione retro, del vecchio Club degli Editori.

Wells è uno dei maestri della letteratura fantascientifica; una fantascienza illuminante e predittiva, che allertava sui rischi del progresso tecnologico. Basta leggere Storia dei giorni futuri per farsi un’idea.

Con L’uomo invisibile non si entra in terapia, non c’è voyeurismo, nessun esperimento o indagine empirica. Wells ha un taglio decisamente ironico e farsesco, e il suo protagonista – un forestiero con strani indumenti e alambicchi di vetro – si prende la scena in maniera teatrale, sotto gli occhi increduli degli abitanti di una piccola comunità del Sussex e nell’intermezzo ambientato a Londa, in un grande magazzino di Tottenham Court Road.

L’invisibilità di Wells – che Klosterman ha rivisitato “… in chiave postmoderna” – realizzava una “satira anticapitalistauna metafora dell’impersonalità dell’economia di mercato … o … della crisi dell’artista visionario e alienato, che sviluppa verso il pubblico incapace di riconoscere il suo genio un risentimento talmente profondo da condurlo alla follia” (Paolo Simonetti su Il Manifesto).

L’ascolto consigliato per queste letture è la bellissima Invisible. Si può diventare invisibili anche soltanto invecchiando, o semplicemente uscendo di scena. Lo dice Paul Weller, che è sulla cresta dell’onda da 40 anni.

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