Domenico Romeo: segno, simbolo, materia.

foto di Pietro Baroni

Questa è una storia di bandiere. Da quelle cucite, romanticamente, e sbandierate tra gradinate e settori ospiti con amore e spirito d’appartenenza a quelle di un’avanguardia quali sono le sue installazioni, le sue creazioni. Definirlo graphic designer è senza dubbio riduttivo data l’incredibile inquietudine creativa e lo smisurato eclettismo, il protagonista del nostro incontro odierno è Domenico Romeo.

FM: Cozza, Pirlo, Nakamura. Reggio Calabria ha una certa sensibilità nel riconoscere i talenti puri come il tuo. Iniziamo questo viaggio proprio da qui: dalla tua città, dalla tua squadra, dalla tua curva. Quanto ha influenzato il tuo percorso la tua città? Cosa è per te oggi?

DR: La terra natia influenza chiunque in qualche modo. Poi se questa terra si chiama Calabria allora si tratta di un marchio a fuoco che non puoi ne vuoi cancellare. 

La mia terra è ruvida, vera e orgogliosa, ma umile e silenziosa. Se la si sa leggere, apprendendone i giusti insegnamenti, si è in grado di affrontare rettamente qualsiasi situazione di vita.

Ritengo che Palmi, Reggio o l’Aspromonte abbiamo contribuito a temprare un’ossatura fatta di valori ed esperienze che mi sorregge in questo cammino. 

A livello artistico ho iniziato in Curva Sud a Reggio, sostenendo la Reggina 1914 che per noi rappresentava molto più che una squadra di calcio.

Sin da piccolo disegnavo le bandiere del gruppo. Sempre in curva ho scoperto l’universo delle sottoculture, specialmente quelle legate al calcio. Per me ha significato sin da subito ricerca nel vestiario, musica, film. Dunque estetica e cultura.

Oltre che l’importanza della comunità, la condivisione, la fratellanza e la passione comune per un’idea.

Un bagaglio culturale atipico dove ho posto le basi per molto altro in seguito.

2007 Striscione Pre Derby

FM: Sottocultura, scena, estetica, visione. 

Come si trasforma, nella tua metamorfosi creativa e professionale, il tuo background? 

DR: La definirei più precisamente una evoluzione coerente del mio background più che una vera trasformazione. Ciò che faccio oggi, riferendomi prevalentemente alla mia ricerca artistica, deriva esattamente da ciò che facevo in adolescenza. Affinandone certamente la tecnica, evolvendo i contenuti e sicuramente ampliandone il raggio dei fruitori.

Ma quello è. Lettere e bandiere. 

Se prima erano caratteri a pennello sugli striscioni, adesso la calligrafia si rompe, incontra alfabeti orientali e si astrae. Finisce su tela e celebra la disciplina nella ricerca del segno assoluto.

Un tempo le mie bandiere erano amaranto (il colore della Reggina), rivendicavano l’appartenenza a un territorio e a un gruppo. Recavano la croce rossa su fondo bianco di San Giorgio, santo protettore e icona della città.

Adesso i miei drappi si tingono di non colori ed esplorano tessuti raffinati. Contraddicendosi si annullano. Vessilli privi di qualsiasi rimando ad identità calcistiche, senza simboli ne patrie da rappresentare.

Ora pannelli di nylon crocifissi su strutture metalliche diventano parte attiva di sculture, che istallate in qualche galleria, esprimono una nuova volontà artistica. 

Il tempo passato in strada tra skins, herberts, mods e casuals mi ha iniziato al “vestire per appartenere”. Quella prima curiosità oggi si traduce in ricerca di una forma nuova. Qualcuno la chiamerebbe banalmente moda, la ritengo invece abilità di cogliere sfumature nelle differenti esigenze sociali o tensioni giovanili che determinano l’evoluzione del costume.

Se prima una bussola su una giacca di Stone per me era un chiaro messaggio tra simili, oggi di quella giacca ho imparato a riconoscerne il tessuto, il designer e l’anno di produzione.

2018 Live Painting Roma

FM: I tuoi calligrammi mi hanno sempre fatto pensare al linguaggio fantastico dei Sigur Ros, un mondo fatto di suoni e segni. Cosa ha ispirato questa tua ricerca pittorica attraverso le lettere? 

DR: Una risposta che meriterebbe un tomo per essere esplicitata nella sua interezza. Sarò breve.

I miei segni vanno sempre di più verso una sintesi. Raccolgono le mie letture e l’interesse che coltivo per varie tradizioni del mondo più o meno scomparse. Mi riferisco, per citarne solo alcune, al medioevo europeo con i suoi manoscritti, alla calligrafia araba nell’arte islamica, al simbolismo della cabala ebraica, ai kanji dell’estremo Oriente. Poi ci sono anche le rune dei Germani, le geometrie dei gioielli Tuareg in Nord Africa come i simboli sulle tomahawk dei nativi d’America. 

I miei gesti, forse utopisticamente, ambiscono a scrivere un segno assoluto che racconti la Tradizione Una. Cioè quel fil rouge che unisce tutte le culture tradizionali seppur apparentemente distanti tra loro. I miei segni non vogliono avere geografia ma geografie, religioni non religione. Non si collocano in un tempo per rimanere contemporanei. Apparendo ancestrali mirano a sembrare eterni, cercano la sintesi uguale nelle differenze.

Il risultato visibile non è però il totale dell’opera. Essa stessa si compone del suo atto di creazione, il rito, che rimane intimo e vissuto solo da chi lo compie.

La gestualità in questa pratica di scrittura ricopre un ruolo fondamentale. La disciplina nella ripetizione costante è ciò che eleva in risultato, frutto del rito appunto, che dovrà comunque essere superato nell’atto immediatamente successivo e diverso.

Acrilico su tela

FM:  Creazione, espansione, ristrutturazione. Come nasce questo tuo rapporto con le impalcature dei lavori in corso sugli edifici che posti di continuo sui tuoi social?

DR: Mi interessa osservare la città che cambia forma attraverso l’architettura. Ne ho identificato una costante, un elemento che ritorna sempre in questo processo. Mi riferisco all’impalcatura che nasconde gli edifici in fase di lavoro. La trovo carica di mistero, nasconde al mondo un qualcosa di sacro come l’atto della nascita e della morte seppur si tratti di un palazzo. 

Tali strutture metalliche ostentano un’imponenza assoluta. Prive di orpelli si compongono di due soli materiali e spesso ne percepiamo solo uno, ovvero il tessuto di rivestimento. Si impongono come fortezze tra i palazzi adiacenti, facendoli risultare deboli, mediocri, “decorati”. 

Sono un organismo impassibile ma attivo, sostenendo decine di persone operanti. Sembrano invisibili eppur ci sono sempre. Temporanee per definizione ma eterne nel tutto. Si affermano come attore fondamentale nel paesaggio urbano. Dimostrano quanto la città sia un sistema in continuo mutamento. Testimoni di quanto tutte le città del mondo mutano seguendo una logica analoga. Presenti ovunque, diventano unico elemento urbano condiviso. Quindi a loro modo traghettano un messaggio universale seppur effimero, con una funzione sempre ben precisa e una forma più o meno identica. 

Colleziono decine di foto ogni giorno, altrettante ne ricevo da persone sparse nel mondo. 

Ritengo che le impalcature possano definirsi la metafora perfetta dell’uomo contemporaneo ideale. Dinamiche, temporanee, versatili ma essenziali. Resistenti e funzionali. 

Ammiro il dialogo che instaurano con il cielo quando il vento ne agita i teli di copertura. Se ne stanno lì, alte, con lo sguardo al sole. Noncuranti degli affari umani ai loro piedi. 

Sono circa tre anni che mi ci soffermo con costanza. Tre anni che scrivo un progetto artistico nuovo, elaborando sculture in acciaio e tessuto. In qualche modo queste strane impalcature edili mi hanno ispirato anche se il mio progetto è molto altro per forma e concetto. 

Impalcature a Milano

FM: Svelaci qualcosa in più di questo nuovo progetto. Si percepisce che qualcosa di nuovo bolle in pentola e sembra distante dalla pittura.

DR:  Un approccio diverso alla creazione che mi completa. Si tratta appunto di acciaio e tessuto che assemblo secondo una regola che mi sono autoimposto. 

Progetto che considero frutto di una necessità. Cercavo qualcosa di solido, lento e ragionato che bilanciasse l’istinto veloce e liquido della scrittura. 

Qualcosa di tridimensionale che aggredisse lo spazio, cambiandolo. 

Uno strumento che, a differenza dell’universale  senza luogo dei segni, parlasse di territorio. Rappresentando il posto in cui sono nato e quello dove vivo adesso. 

Scaturito dall’esigenza di elogiare la materia e i suoi contrasti, la forza di un sistema uguale, assemblato in infinite forme e grandezze. 

Mi serviva la scultura che aggiungesse spessore al racconto dell’Idea.

Foto di Delfino Sisto Legnani.

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *