Due chiacchiere con Disgusto

Passeggiando per Trastevere, zona Prati, vi sarà capitato di perdervi tra le molteplici opere di street art della scena capitolina.
Tra queste avrete notato i manifesti di Disgusto, protagonista di queste due chiacchere insieme.

Come ti avvicini al mondo della street art, nello specifico nei manifesti?

Il mio rapporto con la street art inizia molto presto: già da ragazzino verso i 12 anni andavo in giro per Roma a vedere i graffiti e i poster, ricordo che nel 2007 mi recai con il tram fino a San Lorenzo per il festival indipendente International Poster Art all’Esc Occupato dove ho potuto ammirare Stenlex, Lucamaleonte, JBrock e altri esponenti della scena.
Negli anni, a favore di altre sottoculture, avevo un po’ abbandonato questa passiona salvo poi riprenderla e dedicarmi ai manifesti, una scelta che definisco naturale. Sono sempre stato affascinato dalle fanzine e dal linguaggio politico anni Settanta oltre che all’estetica e alla creatività dello stadio quali le bandiere, gli stendardi. I miei poster elaborano tutto questo per esprimere un qualcosa di autentico. 

Concettualmente e stilisticamente è possibile captare dalle tue creatività ispirazioni e referenze. Cosa influenza maggiormente il tuo flusso creativo?

Le mie esperienze sono ciò che maggiormente mi influenza: per anni ho vissuto i movimenti politici, lo stadio ed è lì che ho improntato il mio gusto, la mia ricerca. Principalmente tratto temi sociali, tramite le immagini voglio dar risalto alle sensazioni che evocano tali temi, le emozioni che suscitano tali problematiche. In base al momento, al tema scelgo una prospettiva più chiara piuttosto che onirica. Come potrete vedere ci sono referenze alla storia dell’arte, all’avanguardie russe anni 20 e alla pop art romana degli anni 60.

Recentemente hai esposto a Atene in una mostra con artisti affermati e di fama mondiale, quanto è importante la divisione e il confronto in contesti simili?

Ho avuto la fortuna di esporre sia a Berlino che ad Atene, in Grecia ho avuto la possibilità di esporre con artisti del posto fortissimi ed americani tra cui OBEY, su cui ogni parola è superflua. Queste esperienze sono state fondamentali sia per mettermi in discussione, capire le percezioni in certi contesti, migliorare la mia ricerca finalizzata sia al miglioramento sia alla sperimentazione. In strada il confronto non manca, è fugace quanto perpetuo, in una mostra è un qualcosa di più tranquillo, forse più razionale. Sono ambedue importante per la crescita e la metamorfosi creativa.

Uscendo dal mondo della street art: un gruppo, un direttore creativo, un brand, uno scrittore a cui sei legato

Qua servirebbe di fare una lista, se devo scegliere nel passato un gruppo musicale che ha avuto un ruolo importante nella mia crescita sono stati sicuramente i Joy Division. Una mia grande passione è sempre stata l’abbigliamento e il mondo della moda che arriva dalla strada, nell’ultimo periodo ho maturato un’ossessione per due direttori creativi newyorkesi e i loro rispettivi brand, Teddy Santis di Aime Leon Dore, Ronnie Fiag di Kith. Un altro artista che ammiro molto e che ho avuto il piacere di conoscere è Domenico Romeo, head designer di Off White con cui ho condiviso la stessa passione per lo stadio.
Scarpe, giacche, maglione non sono solamente vestiti ma un mezzo per raccontare una storia, esprimere un qualcosa, le reputo espressioni artistiche esattamente come un quadro. Da ciò sta nascendo una mia nuova progettualità creativa. 

Hai fatto riferimento ad un nuovo progetto: hai pensato di declinare la tua creatività in altri settori? 

Come introdotto, l’abbigliamento è sempre stata una mia grande passione, avevo da sempre l’obiettivo di fare qualcosa di mio in questo settore. Ho ragionato che come mettessi insieme le immagini già esistenti creandone di nuove con i manifesti ugualmente potevo prendere i vestiti esistenti e idearne nuovi: così ho fatto utilizzando l’abbigliamento vintage di qualità che troviamo anche nei mercati rionali come Porta Pesa creando nuovi capi che a breve saranno disponibili, basta seguire Rar_Lab su Instagram per farsi un’idea.

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