Garage coolness: Is This It degli Strokes

Per chi, come me, aveva 16 anni la prima volta che ascoltò gli Strokes, Is This It fu una specie di epifania. Per questioni anagrafiche non ho potuto assistere a nessuna rivoluzione musicale degna di nota, nemmeno a quella del grunge o del brit pop. Quando uscì Nevermind il mio interesse principale erano le Tartarughe Ninja e quando i Gallagher, Albarn e compagnia cantante conquistarono le luci della ribalta io mi trovavo ancora alle elementari e i miei ascolti erano sicuramente dirottati altrove. L’esordio degli Strokes, che vedeva la luce il 30 luglio del 2001, riuscii a viverlo quasi in diretta, giusto con qualche mese di ritardo, e fu uno dei primi album veri e propri – escludendo cioè i greatest hits che in casa andavano per la maggiore – ad entrarmi sottopelle. Lo ascoltai fino allo sfinimento, imparando a memoria tutto quello che c’era da imparare: scaletta, componenti, testi, lunghezza dei brani. Fu senza dubbio una delle mie prime ossessioni musicali. Ma fu una rivoluzione quella degli Strokes?

Neanche per sogno, anzi. Si trattava di un sound stereotipato, ruffiano, debitore tanto ai Velvet Underground quanto ai Television e alla scena del CBGB’s, riproposto in chiave garage con una spruzzata di new wave. Il punto è che per un adolescente come me – e immagino tanti altri – ancora sprovvisto di coordinate musicali ben definite e privo di un approccio filologico alla materia, quell’insieme di cliché riusciva nell’impresa di suonare in qualche maniera fresco e genuino. Il celebrare la parte meno celebrata – ma non per questo meno influente – della storia del rock ha sicuramente giocato a favore della band di New York. Dall’altro lato è innegabile che il fenomeno del garage revival, e più in generale quello della musica indie degli ultimi vent’anni, sono a loro volta debitori al successo di questo debutto. Ma al di là dell’importanza storica e delle contestualizzazioni, ciò che più conta come sempre sono le canzoni, e posso affermare senza paura di smentita che in Is This It non c’è nemmeno un riempitivo.

La copertina warholiana dal retrogusto fetish firmata da Colin Lane
(tempo fa ho letto un commento di un tipo che per anni ha creduto fosse la foto di un ginocchio e ci sto ancora ridendo)

Sono tutti potenziali singoli gli undici brani in scaletta condensati in poco più di mezz’ora, a partire dalla traccia eponima che inaugura l’album su toni svogliati e ci fa conoscere la voce à la Lou Reed di Julian Casablancas e il basso melodico e dinamico di Nikolai Fraiture. Lo spirito dei Velvet Underground aleggia in particolare su The Modern Age, con la batteria martellante di Fabrizio Moretti e le chitarre taglienti di Albert Hammond Jr e Nick Valensi. E se New York City Cops fa venire in mente Iggy & The Stooges e i Ramones, l’attacco di Last Nite è una citazione nemmeno tanto velata di American Girl di Tom Petty (che divertito porterà con sé gli Strokes come gruppo spalla in diverse date del suo tour del 2006 con gli Heartbreakers). Che dire poi dei Television su di giri di Soma e Take It or Leave It, del jingle-jangle rivisitato in chiave Buzzcocks di Someday o del power pop dalle tinte 80’s di Hard to Explain? Canzoni brevi, immediate, costruite perfettamente, con ritornelli a presa rapida che ti entrano in testa al primo ascolto (Barely Legal). E anche quando l’atmosfera diventa più cupa e i ritmi si fanno meno serrati (Alone, Together e Trying Your Luck) la band riesce comunque a mantenere un tiro invidiabile. L’album però non sarebbe stato lo stesso senza la penna di Casablancas, in grado di tratteggiare piccoli spaccati di vissuto quotidiano con un occhio di riguardo verso le eccentricità dell’era moderna e i rapporti di coppia spesso deludenti.

Riascoltare Is This It oggi, a venti anni esatti dalla sua uscita, oltre a farmi sentire inevitabilmente un po’ più vecchio, riesce allo stesso tempo a riportarmi indietro alla mia adolescenza, tra amori non corrisposti, partite a calcetto e debiti formativi mai recuperati.

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