Henry è un buono…Otis è una carogna – 6 Film per Halloween

Di Edoardo Genzolini

Non aprite quella porta (The Texas chainsaw massacre, 1975) di Tobe Hooper

La trasposizione cinematografica di “Uno dei crimini più efferati della storia americana”, come ci preannuncia in apertura la voce di Vittorio Di Prima (o quella di Pino Locchi, per i fortunati che lo videro nelle sale nella primavera del 1975) è un caposaldo dell’horror e una delle opere che meglio mostra lo scollamento in atto nella società americana dei primi anni ‘70. Cinque hippies in viaggio nel profondo Texas verso la vecchia casa d’infanzia di due di loro finiscono massacrati da una famiglia di depravati dediti al cannibalismo: tra queste righe e tra i frames del film sta il rovesciamento definitivo del sogno americano in incubo per mano di un “rimosso” che riemerge dalla storia e dal tempo e inghiotte i suoi figli (il riferimento all’influsso “malefico” di Saturno all’inizio del film non è casuale). 

Il tutto è rappresentato con una crudezza, un’essenzialità e una immediatezza mai finalizzata alla ricerca dello spavento, ma alla conservazione e al congelamento dell’effetto orrifico, come se questo fosse carne, alla rivelazione della sua natura strutturale e alla sua esibizione costante: il film nella sua interezza è difatti impregnato di puzza di cadavere e riempito da un’aria stantia che fa da sfondo a una violenza allucinante perpetrata in una lucida ritualità, alla luce del sole e (quasi) senza mostrare una goccia di sangue.

L’ultima casa a sinistra (Last house on the left, 1972) di Wes Craven:

1972: La notte dei morti viventi è volta al termine e, con lei, tutto un immaginario fino a quel momento associato al genere. E’ il primo giorno dell’Anno Uno del nuovo cinema horror e il mostro non è più l’Altro che vuole irrompere nel focolare dell’America media e puritana, ma il vicino di casa simile a noi. Anche la narrazione abbandona sottotesti, pretesti e chiavi di lettura per descrivere una situazione terrificante nello stesso modo in cui si manifesterebbe nella realtà. Inutile è difatti la frase di lancio del film “Se non volete svenire continuate a ripetervi ‘E’ solo un film’”: il nuovo horror si ispira al verosimile e racconta la vicenda di due ragazze che sulla via per un concerto si imbattono in un loro probabile coetaneo al quale chiedono dell’erba. Presto questi si rivela membro di una banda di malviventi che rapisce e uccide le due ragazze dopo ore di agonia. L’ultima casa a sinistra è così realistico che la Fida Cinematografica distribuì il film nelle sale aggiungendo arbitrariamente a inizio pellicola un cartello che le attribuiva una finalità didattica, nel tentativo di giustificare così le scene di violenza e di attenuarne l’impatto. La censura, come era comune in quegli anni, contribuì in gran parte al mito del film: la versione originale era di una violenza così insostenibile che i proiezionisti delle sale, dopo la prima, si dice avessero effettuato personalmente tagli alla pellicola a propria discrezione. Così il film venne proiettato in una versione sempre diversa di città in città al punto che, come sostiene lo stesso regista Wes Craven, è impossibile a oggi risalire a una versione originale del film, ma solo a tanti testimoni di più vulgate.

A Venezia…un dicembre rosso shocking (Don’t look now, 1973) di Nicholas Roeg:

John Baxter (Donald Sutherland) e sua moglie Laura (Julie Christie) perdono la figlia piccola in un tragico incidente e si trasferiscono a Venezia. Lì, John riceve l’incarico di restaurare una chiesa, mentre Laura riallaccia i contatti con due sorelle molto più grandi di lei. Una di queste, cieca e veggente, sostiene di essere entrata in contatto con la figlia defunta della coppia, la quale sostiene di stare bene, ma allo stesso tempo mette in allerta i genitori di un pericolo imminente. Dal racconto di Daphne du Maurier, il film è un dramma familiare a cui fa da sfondo una Venezia mai rappresentata così vicina alla sua natura decadente e spettrale. L’intensità drammatica è sostenuta dalla colonna sonora di Pino Donaggio, nella sua prima commissione, dalla fotografia di Anthony Richmond e da una narrazione ellittica, sospesa nel tempo, che contribuisce a una rêverie romantica e inquietante che culmina in uno dei finali indiscutibilmente più terrificanti della storia del cinema. 

https://www.youtube.com/watch?v=NaGAw5uCaY0

La casa (Evil dead, 1982) di Sam Raimi:

Due ragazzi e tre ragazze si rifugiano in un cottage sperduto tra le montagne per passare il weekend. Qui entrano in contatto con il Necronomicon, il libro dei morti, scritto in sumero con sangue umano e rilegato in pelle umana, e un nastro contenente la registrazione di alcuni suoi passaggi recitati da un archeologo che aveva scoperto il libro tempo prima. L’ascolto di questa registrazione rievoca dei demoni che si impossessano dei cinque ragazzi, facendoli ammazzare a vicenda. Il film di Sam Raimi riflette l’entusiasmo dell’opera prima ed è per questo una celebrazione del fare cinema, del farlo a ogni costo – in questo caso, con un budget molto limitato. La limitatezza dei mezzi a disposizione viene compensata da una prolifica serie di soluzioni stilistiche e creative che riescono a fare del limite risorsa e della parsimonia virtù. La natura amatoriale e artigianale degli effetti speciali infatti trova risalto nei momenti di smembramento dei corpi, che vengono così mostrati in una fisicità grottesca ma memorabile, di gran lunga più sorprendente degli effetti più raffinati del sequel-remake La casa 2 e di tutti gli infiniti sequel apocrifi, eponimi e remake.    

Henry – pioggia di sangue (Henry, portrait of a serial killer, 1986) di John McNaughton

Sulla scia delle recenti visite di Nanni Moretti in vari cinema per la presentazione del restauro del suo Caro Diario, sembra opportuno recuperare e rivalutare “Henry”, il film che lo splendido quarantenne in Vespa va a vedere in una Roma deserta nel Ferragosto del 1993 e dalla cui proiezione esce dopo un quarto d’ora per andare a cercare il critico (Carlo Mazzacurati) che ne aveva parlato bene. “Henry” è un film “shocker” di prima categoria, girato nel 1986 ma arrivato in Italia solo nei primi anni ‘90 (Moretti va a vederlo al cinema nel ‘92/93, difatti), che si discosta dal canone pornoviolento per il distacco e per lo sguardo blasé con cui vengono rappresentate le sequenze più atroci. 

Nanni, amo ogni tuo film, ma per “Henry”, solo parole di encomio… Massì, anche quelle della recensione del critico tuo acerrimo nemico.

Society – The Horror (Society, 1989) di Brian Yuzna

Bill è un adolescente che vive nel sontuoso quartiere di Beverly Hills con la sua famiglia, alla quale però non sente di appartenere. Percepisce ostilità dalla scuola, dagli amici, dallo psicologo, persino dalla ragazza, al punto da sospettare che al di là del suo status di “outcast” e di sfigato ci sia una cospirazione nei suoi confronti. Attorno a lui accadono fatti bizzarri e spaventosi (come la morte improvvisa dell’ex di sua sorella e di un compagno di scuola) che però in un secondo momento non sembrano essere mai accaduti, tanto da sembrare frutto della sua immaginazione. Tutte quelle distorsioni della realtà che inizialmente venivano diagnosticate come prodotto di una mente psicotica, alla fine si rivelano elementi di una grande messa in scena, dei “segnali” a capo di una macchinazione organizzata dalla “Society” (o “Famiglia” nell’edizione doppiata) che culmina in una festa dove Bill scopre un’orrenda verità.

L’opera prima di Brian Yuzna è un ritratto della Società dello Spettacolo rappresentata in tutta la sua bestialità, ossia come un coacervo di pulsioni orali, anali e cannibalesche. Un’operazione ambiziosa che però riesce grazie al suo versante grottesco, che rende il film un esempio magistrale di “body horror” dalle trovate estreme, disgustose ed esilaranti al tempo stesso. 

    

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