Il Rap è musica Pop(olare)

Di Alessandro Boila

Da quando il rap è sbarcato nel mondo delle major, prima come genere di nicchia successivamente come musica da classifica, all’ascoltatore medio è sempre andato poco a genio il fatto che si facesse influenzare da altre sonorità. Ciò che ha reso inizialmente il rap così poco fruibile è stata
proprio la mentalità dei fan più accaniti. Una mentalità limitata e schematica che creava fazionismo all’interno di un genere che non conosce fazioni: Underground e Mainstream. Andare in classifica e firmare per un’etichetta equivaleva all’idea di essersi venduti e di esser venuti meno a quel patto implicito che si crea tra artista e ascoltatore. “Io ti ascolto a patto che tu non cambi mai, affinchè io possa sempre sentirmi rappresentato dalla tua musica”.
Ma è proprio questa idea malsana ed egoista, che ha spinto molti artisti a mantenere un’attitudine che non sentivano più loro e che non gli apparteneva, la paura di deludere il proprio pubblico e di perdere una buona fetta di mercato. Non dimentichiamoci i grandi esempi del passato, basti pensare a Neffa dopo che iniziò la sua carriera da solista tendente verso al soul. All’uscita di “La mia signorina” il suo pubblicò si divise a metà.

Neffa

O più tardi quando nei club iniziò a girare “Tranne Te” di Fabri Fibra. I Club Dogo con il loro disco dal nome provocatorio “Non siamo più quelli di Mi Fist”, ad indicare il fatto che non sei un vero fan se non accetti l’evoluzione artistica di chi ascolti e supporti. Fedez con il rilascio di “Pop-Hoolista
che già dal titolo lasciava intendere il suo distacco dalla scena rap di quel periodo.

Club Dogo - Non siamo più quelli di Mi Fist

Dobbiamo spezzare comunque una lancia a favore di chi urlava “venduto” una volta che l’artista si ritrovava a firmare per una major. Questo accadeva perché le etichette a modo loro avevano una certa influenza sul prodotto finale dell’artista, c’era la necessità di avere nel repertorio almeno una
hit orecchiabile che serviva a spingere il disco nelle radio, ed è normale che spesso e volentieri si strizzasse l’occhio al pop nostrano. Ad oggi però le cose sono cambiate completamente. Il rap è diventato il genere di punta, in classifica trovi tutto ciò che una volta veniva snobbato ed è il pop
che va incontro al rap, con sempre più cantanti e cantautori che vanno alla ricerca del feat di convenienza per andare in top ten. Nonostante però il rap si sia liberato dalla necessità di legarsi ad altro per passare in radio e rotazione, sempre più artisti decidono di non fossilizzarsi solo su rime e flow iniziando ad avere molta più cura del proprio timbro e delle linee melodiche di una canzone.

Madame

La ricerca del suono è molto più accurata e i rapper si fanno affiancare da dei veri musicisti e professionisti del suono. Se inizialmente si parte da una matrice rap, il fine è qualcosa che verte più sull’ R&B se non addirittura il Pop stesso. Basti pensare a Madame con il suo disco omonimo, che seppur ha un approccio alla scrittura molto rap, il suono è prettamente pop. A Rkomi con “Taxi Driver” dove l’obiettivo è proprio quello di raccontare il cambiamento che lo ha portato da ciò che era a ciò che è. Lui stesso su un post di Instagram dà una definizione dell’approccio che un artista dovrebbe avere con la sua musica “Il mio stile è sempre stato quello della sperimentazione, in contesti distanti da quello da cui arrivo e soprattutto lontano anni luce da quelli da cui pensavo di arrivare”.

Rkomi

Ciò accade per una necessità di evolvere e crescere insieme alla propria musica. Il rap è una valvola di sfogo che serve a raccontare un disagio o dei contesti che si faticano altrimenti a digerire e metabolizzare, ma una volta usciti da questi, i propri interessi cambiano. Le necessità diventano altre e si ha voglia di trasformare il proprio modo di esprimersi. Non bisogna legare l’idea di Pop a qualcosa di frivolo e leggero, ma anzi, a qualcosa che sappia spiegare con parole semplici un concetto complesso che possa arrivare così alla maggior parte degli ascoltatori in maniera diretta e senza filtri. Viviamo in un’era dove è quasi impossibile etichettare i vari generi e dove più forme di musica si fondono per crearne di nuova. L’unica cosa che possiamo (dobbiamo) fare è ascoltare ciò che ci viene proposto senza alcuna forma di pregiudizio. In fondo la musica non è altro che musica.

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