Imagine – John Lennon

The dream is over” cantava John Lennon in God dopo aver snocciolato una lista di cose e persone in cui non credeva più. Al termine di quella lista c’erano i Beatles, il cui sogno finiva in tribunale il 31 dicembre del 1970, quando Paul McCartney faceva causa agli ex-componenti e al manager Allen Klein. I Fab Four all’epoca avevano già avviato le rispettive carriere soliste, e i debutti di George Harrison e Paul McCartney avevano sbancato le classifiche di mezzo mondo (specialmente All Things Must Pass). Anche John Lennon/Plastic Ono Band – esordio vero e proprio su lunga distanza di Lennon dopo tre album sperimentali – aveva venduto bene, ma aveva raggiunto la prima posizione soltanto in Olanda. Opera pregevolissima che pagava però il prezzo di essere un album grondante amarezza, a tratti scostante e persino lugubre (l’incipit per esempio è dato dalle campane a morto di Mother). Quando anche Ringo, col singolo It Don’t Come Easy nell’aprile del ’71, ebbe un successo enorme, John si mise nuovamente al lavoro spinto quindi anche da una specie di spirito competitivo (anche se nei confronti di Paul sarebbe più corretto parlare di rivalsa).

Nelle prime edizioni di Imagine – e successivamente nel booklet interno del cd – si poteva trovare una cartolina raffigurante John che teneva un maiale per le orecchie, chiaro riferimento alla copertina di Ram, dove Paul prendeva un montone per le corna

Infatti i dissidi e le incomprensioni sorte con McCartney già sul finire dell’epopea Beatles si acuirono nel maggio dello stesso anno, quando uscì Ram. In un paio di canzoni Paul attaccava velatamente l’ex-sodale, e in particolare in Too Many People, dove accusava John di aver abbandonato il gruppo mandando all’aria quel colpo di fortuna (“You took your lucky break and broke it in two”). Lennon, proprio in quei giorni, cominciava a registrare il materiale che andrà a finire su Imagine (a parte un paio di tracce già incise a febbraio durante le session di Power to the People), facendosi aiutare, tra gli altri, da George Harrison e Klaus Voormann, coinvolgendo anche Phil Spector come co-produttore. Lo studio di registrazione venne allestito direttamente nella sua tenuta ad Ascot, lontano dalle formalità di Abbey Road e immerso nella natura e nelle comodità di casa. A parte i rancori nei confronti di Paul, Lennon sembrava sereno e tranquillo, piuttosto distante dall’artista che nemmeno un anno prima urlava al mondo la sua disperazione e la sua instabilità emotiva.

Immagina le nuvole gocciolanti, scava un buco nel tuo giardino per mettercele dentro” (questi i versi di Yoko Ono – tratti dal libro di poesie Grapefruit – che hanno ispirato Lennon per Imagine)

Imagine arriva nei negozi americani il 9 settembre del 1971 – in UK uscirà un mese dopo – e conquista presto la vetta delle classifiche. A fare da traino è sicuramente la title-track, inno anarchico e pacifista ispirato da un libro di poesie di Yoko Ono con un testo semplice e diretto che negli anni è stata utilizzata in ogni tipo di contesto, diventando il pezzo più famoso di tutta la sua carriera. In una delle sue ultime interviste, Lennon la definisce “anti-religiosa, anti-nazionalista, anticonformista e anti-capitalista” ma siccome è ricoperta di “zucchero” viene universalmente accettata. E di zucchero, nel disco, ce n’è anche altrove: nel pop sinfonico di Jealous Guy – che diventerà una hit dopo la morte del cantante grazie alla rilettura dei Roxy Music – e nelle dediche alla sua amata Yoko (la dolcissima ed eterea Oh My Love e la spumeggiante Oh Yoko! tra pop e country-western). Il country è presente anche in Crippled Inside, ma la polpa stavolta è ben più aspra: si tratta infatti di uno dei due attacchi in risposta all’amico/nemico Paul. E se qui l’invettiva è implicita e confutabile, nell’altra (How Do You Sleep?) non ci si può sbagliare: i riferimenti sono chiari e precisi, e versi come “those freaks was right when they said you was dead” (riguardo alla leggenda della sua morte) e “the only thing you done was Yesterday” non possono essere fraintesi. Di natura politica sono invece i blues al vetriolo di I Don’t Want to Be a Soldier Mama e Gimme Some Truth: la prima si avvale del sax di King Curtis – presente anche nel languido r’n’b à la Harry Nilsson di It’s So Hard – mentre la seconda prende di mira l’ipocrisia dei politicanti (citando esplicitamente Richard “Tricky Dicky” Nixon) con l’aiuto della slide guitar del solito Harrison.

Imagine rimane il disco più rappresentativo dell’ex Beatle e, seppur meno sofferto del precedente lavoro, suona comunque schietto e sincero, fedele al motto dello stesso Lennon “tell the truth and make it rhyme”. Forse è stato anche questo – e non solo le melodie giuste e gli arrangiamenti di Spector – a decretarne il successo che ancora perdura a cinquant’anni dalla sua uscita.

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