In memoria di Andrew Wood: il progetto estemporaneo dei Temple of the Dog

Quando penso ai Temple of the Dog il primo nome che mi viene in mente non è quello di Chris Cornell o di Eddie Vedder, bensì quello di Andrew Wood, frontman dei Mother Love Bone deceduto a soli 24 anni per overdose d’eroina nel marzo del 1990, a pochi giorni dall’uscita dell’esordio Apple. La sua scomparsa metteva la parola fine a quell’esperienza e ai suoi sogni di rock’n’roll, ma di fatto faceva nascere l’unione tra i suoi ex sodali Jeff Ament e Stone Gossard – rispettivamente basso e chitarra nei Bone – e l’amico e compagno di stanza Chris Cornell, leader dei Soundgarden.

Quest’ultimo aveva scritto un paio di canzoni dopo la morte dell’amico e aveva dell’altro materiale su cui lavorare ma che poco si adattava alla proposta musicale della sua band – almeno all’epoca. Decise così di fare ascoltare il tutto ad Ament e Gossard, che in quel momento stavano cercando di lasciarsi il lutto alle spalle facendo quello che sapevano fare meglio: suonare. Arruolati Mike McCready, chitarrista cresciuto a pane e Hendrix folgorato sulla via di Washington da un live di Stevie Ray Vaughan, ed Eddie Vedder, che in quel periodo lavorava come benzinaio a San Diego e muoveva i primi passi come cantante nella scena locale, il nucleo dei futuri Pearl Jam era ormai pronto. La proposta di Cornell fu così anche la perfetta occasione per testare i nuovi arrivati, un momento in cui poter suonare senza nessun tipo di pressione. Coinvolto anche il batterista dei Soundgarden Matt Cameron, nasceva ufficialmente il progetto Temple of the Dog.

Registrato in appena due settimane a Seattle, e intitolato semplicemente Temple of the Dog, l’album è l’unico lascito del “supergruppo” americano. Dieci canzoni – sette sono farina di Cornell, che comunque firma tutti i testi – fortemente debitrici agli anni ’70, di matrice hard-blues, con la propensione alla jam strumentale, che qua e là si tingono di psichedelia e perfino di soul. Il punto di forza risiede nel trittico iniziale: le due dediche a Wood Say Hello 2 Heaven e Reach Down, e la più celebre Hunger Strike. Se nella prima troviamo tracce degli Aerosmith più angelici, nella lunghissima Reach Down facciamo la conoscenza di Mike McCready che, alla sua prima esperienza in uno studio di registrazione, si lancia in un solo pazzesco di oltre cinque minuti (la leggenda narra che sia stato in buona parte inciso senza che il chitarrista avesse la base sotto perché le cuffie gli erano scivolate sul collo). Anche Vedder era alle prime armi, e la sua parte vocale su Hunger Strike, che si incastra perfettamente con quella di Cornell, lascia tutti senza parole. Il resto dell’album è comunque di ottima fattura, sia quando procede su sentieri hard & heavy (Pushin Forward Back e Your Saviour) che quando sterza dolcemente su scenari semi-acustici (Times of Trouble e Wooden Jesus) e soulful (Call Me a Dog e All Night Thing).

Riascoltandolo oggi, possiamo definire Temple of the Dog come l’anello di congiunzione tra i Mother Love Bone e i Pearl Jam, un evento eccezionale che in quanto tale non ebbe mai un seguito. E sebbene all’epoca in tanti rimasero stupiti dal songwriting di stampo classico di Cornell e dal sound pulito e levigato dei brani, col senno di poi in questo disco non è difficile trovare più di un’anticipazione delle atmosfere che faranno la fortuna di Superunknown.

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