Jovanotti, Caruso e la dittatura della normalità

Estate 2020. Il paese è fiaccato da una pandemia che ha minato certezze e speranze, che vede nel futuro dei nostri giovani dei banchi a rotelle e un tasso di disoccupazione sempre maggiore. La temperatura è rovente, storie su instagram mostrano un mondo che non esiste: sorrisi ostentati, macchine a noleggio, la bella vita che spenti i telefoni si trasforma in smagliature e problemi di coppia.

Sembra la trama di un film post apocalittico ma è su per giù quello che sta succedendo nel nostro belpaese in questa strana estate. Accendo la radio e al dramma del reale si affianca quello culturale: un’iniziativa, I love my radio, che propone cover di grandi italiani pezzi del passato. Tra questi, Caruso di Lucio Dalla rifatta da Jovanotti.

Caruso” arriva dopo “50 Speciale” di J-Ax, “Centro di gravità permanente” di Biagio Antonacci, “Mare mare” di Elisa, “Quando” di Marco Mengoni, “La donna cannone” di Gianna Nannini, “Una donna per amico” di Eros Ramazzotti, “Non sono una signora” di Giorgia, “Sei nell’anima” dei Negramaro ed è una delle 10 cover di I LOVE MY RADIO, il progetto che unisce per la prima volta le emittenti radiofoniche italiane per festeggiare i 45 anni della radio. Ogni settimana sarà pubblicato uno dei classici della canzone italiana reinterpretato da grandi artisti del panorama musicale italiano.  

La radio passa la Cover di Caruso in una superstrada ormai ridotta corsia unica per kilometri. Un Tir davanti a me sbuffa smog. Al caldo e alla coda si aggiunge il JOVA, che con la sua voce priva quasi di espressione ci propone una versione del capolavoro di Dalla che non è brutta, ma molto peggio: è NORMALE.

IL JOVA

La dittatura della normalità

Il mondo non è più quello che conoscevamo prima: distanze di sicurezza, sguardi spaventati, mascherine (al gomito o sullo specchietto retrovisore), disinfettanti di dubbia provenienza fuori ogni negozio. Mentre sfreghiamo le nostre mani sudate cercando di scacciare la paura della seconda ondata abbiamo solo una grande aspirazione: la normalità.

Quella cosa che ci è stata strappata via il 10 marzo e tirata lontano a colpi di caccia ai runner, dpcm e autocertificazioni, è sicuramente la cosa che più di tutto ci manca: vogliamo tornare a quello che era prima, scordarci il virus e tornare a odiare il mondo attraverso i telegiornali.

Drink colorati, ritmi calienti, canzoni che parlano di birrette, sigarette elettroniche, tinte pastello e sorrisi di circostanza.

Il post Covid incombe e dobbiamo di corsa tornare alla normalità, abbiamo fretta, settembre è sempre più vicino, l’incertezza sulla salute viene sorpassata da quella economica, è necessario non pensare, anzi pensare che domani vada sempre meglio.

Ed è qui che arriva la Cover di Jovanotti, già alfiere di un certo modo di essere: viaggiatore libero ma pagato dalla Rai, a favore del pianeta ma a patto che lo puliscano gli altri gratis mentre lui fa i soldi. Un po’ un Antonio Albanese che gioca a fare il musicista alternativo. Ad onor del vero sono un grande fan di alcuni suoi dischi: l’Albero ad esempio è molto bello. In più quando parte l’ombelico del mondo o ragazzo fortunato mi prende sempre bene. Però ecco: non ho la sua estate addosso.

Il disco più brutto di sempre

TE VOJO BENE ASSAJE

Lucio Dalla raccontò di aver scritto questa canzone per caso, dopo essere rimasto vittima di un “naufragio”. Un guasto alla propria imbarcazione infatti, costrinse l’artista ad un soggiorno prolungato all’Hotel Excelsior Vittoria di Sorrento, nella suite dove il grande tenore napoletano trascorse i suoi ultimi mesi di vita. Il brano fu scritto in 72 ore, sotto effetto di una malinconia e struggente ispirazione.

Sembra infatti che durante la cena del suo arrivo, i proprietari dell’albergo, raccontarono all’artista della passione segreta dell’anziano Enrico Caruso nei confronti di una giovane allieva a cui il tenore dedicò i versi più significativi della sua carriera. Un amore mai vissuto che logorò un Caruso oramai malato e prossimo alla morte.

Lucio Dalla restò così colpito da questo triste amore non corrisposto che, una volta giunto in terrazza, decise di rendere giustizia a quel sentimento mai espresso.

Vesuvio News

La canzone di Lucio Dalla è una delle cose più lontane dalla normalità che mi vengono in mente. Una storia struggente (niente birrette, niente tequila), un amore non consumato, un arrangiamento distante (per fortuna) anni luce da quei ritmi calienti che subiamo incessantemente, un’estensione vocale che fa del cantante bolognese uno dei più grandi della storia: non è necessario qui fare un’agiografia ma è indubbio che insieme a Battisti e De Andrè (per citarne due) sia un patrimonio artistico da tramandare alle generazioni future.

Ma non è questo il modo.

Enrico Caruso

FAVOLACCE

Jovanotti presenta due versioni di Caruso: se quella orchestrale è semplicemente di una banalità tale da renderla inoffensiva (anche se evitabile), il vero pericolo nasce dalla versione “latina” con i Cacao Mental, gruppo italiano di Cumbia che stimo molto.

E’ proprio qui che arriva la normalizzazione. Il ritmo latino, la batteria che incede sul ritornello come se il fulcro della canzone fosse semplicemente il “te voglio bene assaje“. La sensazione di voler utilizzare Dalla per fare un tormentone estivo, quella voglia di banalizzare anche Caruso per rendere la canzone ascoltabile ad una serata in una discoteca di mare, dove ragazzi con la coreana importunano ragazze abbronzate col telefono sempre in mano, pronte a far vedere agli spettatori a casa quanto sia favolosa la loro vacanza.

Ho cercato su Google “people having fun”, un trionfo a colori soft

Una sorta di quello che ho visto nel film Favolacce, dove il raggiungimento dello status symbol passa dall’essere il più normali possibile. Se gli Afterhours anni fa cantavano “se c’è una cosa che è immorale / è la banalità“, ora sembra che il mondo si sia rivoltato. Se 40 anni fa Sid Vicious prendeva My Way di Sinatra rendendolo un inno per i misfits di tutto il mondo, ecco che ora in Italia arriva questa compilation a dirci: siate ordinati, state in fila, andatevi a divertire ma siate tutti uguali. Sembra stilata e arrangiata dal ministero dell’interno. Una vita pastello.

Quando eravamo sentimentali e soft, di fronte alle grandi masse inconsce e amorfe si diceva volentieri: un gregge di pecorelle eterodirette. La nostra speranza. I giovani. E mo?

Alberto Arbasino

Anche se questa musica ci fa schifo noi la cantiamo, ci abbracciamo ma restiamo normali. Perché alla fine ne usciamo confortati anche noi. Ci vediamo in pista, karaoke guantanamera.

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