LA NARRATIVA DELL’ANTROPOCENE

di Nicolò Bertotto

Il centro di ricerca canadese Mila ha lanciato una piattaforma online che simula gli effetti devastanti che il cambiamento climatico produrrà sul nostro pianeta se non si prendono immediate contromisure. Partendo dal presupposto che il problema è oggi avvertito soltanto in poche aree (Climate change does not impact everyone equally) e che sarebbe invece opportuno che tutti agissimo subito come se la cosa ci riguardasse da vicino (we all need to act as though our homes were directly affected), This climate does not exist prefigura il disastro materializzandolo in your own backyard: nel giardino di casa tua.

Dopo aver inserito un qualsiasi indirizzo, un tool rielabora il luogo prescelto, che appare stravolto da incendi e smog, oppure invaso dai flutti: l’opzione anche graficamente più azzeccata. D’altra parte, i più recenti studi rivelano che almeno 50 grandi città costiere rischiano di essere allagate o peggio sommerse nel giro di 40 anni. I paesi agiati – quelli le cui attività economiche impattano maggiormente sul global warming – potrebbero permettersi infrastrutture protettive: non quelli poveri (sfruttati dai primi); ancor meno le piccole realtà insulari. Di qui gli appelli congiunti alla giustizia climatica, gli ultimi dei quali organizzati in vista dell’imminente Cop26.

Come riporta Jaime d’Alessandro su La Repubblica, This climate does not exist non è l’unico progetto di questo genere e “… nel suo essere … [u]n gioco … applica dei filtri alle immagini di Google Street View grazie all’intelligenza artificiale e per altro non sempre ci riesce bene. Resta l’idea di fondo, l’aver capito che purtroppo a dispetto di una generale quanto generica fiducia illuminista nella ragione e nella scienza, siamo esseri con una percezione falsata e facile da ingannare, mentre per affrontare la crisi climatica è ormai necessaria lucidità se si vuol davvero correre ai ripari”.

Riattivare menti atrofizzate (dalla convinzione che il collasso ambientale riguarderà soltanto generazioni future), eludere blocchi psicologici difensivi e sopratutto scatenare l’immaginazione rappresentano azioni efficaci per fronteggiare la crisi climatica, perché inducono a livello individuale una maggiore consapevolezza del problema: il primo, imprescindibile stimolo per iniziative e processi virtuosi.

In questo contesto, con l’abbondante filmografia catastrofica del c.d. day after, il cinema non ha prodotto e nemmeno si propone risultati utili al di là del puro intrattenimento (come quello offerto da Tides, per citare una delle ultime pellicole e restare in tema di maree). Altre discipline, invece, si stanno industriando in maniera più funzionale. E oltre all’arte – ad esempio quella raccolta nella mostra “Come comunicare la crisi ecoclimatica” promossa dal movimento Extintion Rebellionanche la letteratura reclama il proprio spazio.

Sulla scena si affaccia infatti, da qualche tempo, una corrente che si candida come fattore aggiunto: la narrativa o narratologia dell’antropocene.

Per capirne di più, mi sono fatto un giro pressoché da profano tra libri, blog e siti, poi sul catalogo della casa editrice Zona42; da ultimo, mi sono imbattuto nel contributo di Andrea Viscusi su Staynerd.com.

Antropocene è l’era geologica nella quale stiamo vivendo, in cui qualsiasi mutamento ambientale, sopratutto a partire dalla c.d. Grande Accelerazione (ossia dal secondo dopo guerra), è conseguenza della presenza sempre più invasiva e soverchiante della specie umana, che presto o tardi ne causerà lo sfacelo. In questa fase, la scrittura deve innescare una rivoluzione culturale diffondendo messaggi profondi che si traducano in azioni individuali e collettive concrete, capaci di arrestare la tendenza autodistruttiva. Ma non solo. L’immaginario e la letteratura devono diventare “strumento per agire nel reale (Fiction is Action); guardare in faccia i demoni e i mostri dell’Antropocene per inventare un nuovo kit di sopravvivenza cognitiva” (dal sito Il problema di Grendel, che rappresenta sul web il punto di riferimento della narrativa dell’antropocene, insieme al blog La grande estinzione).

Un ulteriore approfondimento passa necessariamente per il manifesto nostrano della narrativa antropocenica: La grande estinzione. Immaginare ai tempi del collasso, di Matteo Meschiari.

Armillaria – 2019

“[L]e visioni del futuro, il fantastico e la scienza immaginativa hanno una ricaduta concreta sul mondo reale”, determinano scelte e producono conseguenze. L’autore muove da qui per proporre l’ “immaginazione pratica” come “pista”, “via d’uscita” “per ripensare le azioni umane in vista del collasso ambientale” ed ipotizzare un “piano collettivo capace di salvare tutti”: non solo l’élite cui è delegato il problema terra, la quale penserà anzitutto a salvare sé stessa. Per Meschiari, rinunciare all’immaginazione significa rimanere vittima di chi controlla le immagini al posto nostro. In un momento in cui il fattore ecologico ha assunto i connotati di minaccia globale, immaginare, invece, significa “fare politica” attiva. “[I]mmaginare terre migliori o peggiori di quella attuale è l’anticamera per ogni azione concreta”, per tenerci “vigili e pronti”, per scovare “soluzioni di cui abbiamo disperatamente bisogno, prima di rassegnarci”: “[i]mpossibile dire che cosa saremo in grado di inventare quando sarà davvero necessario, ma senza immaginazione, è certo, saremo i primi a soccombere”.

Per creare questo “reimmaginario”, la narrativa deve “rinsanguare l’anemia del romanzo” ricorrendo ad attrezzi letterari dal maggiore potere evocativo ed immaginifico: l’animismo, i miti, le leggende, le fiabe e l’epica arcaica, “forme e modelli dormienti da riattivare” per dare vita ad una narrazione deantropizzata: “cambiare del tutto il posto dell’uomo nel racconto”. Questo paradigma narrativo è stato riproposto più di recente anche da Carla Benedetti, in La letteratura ci salverà dall’estinzione (Einaudi, 2021: ne abbiamo parlato qui su Futura).

Zona 42 – 2020

Lo stesso Meschiari, insieme ad Antonio Vena, ha scritto Imperium, che l’editore presenta come la prima novella antropocenica della narrativa italiana.

Un noir dai contorni sfumati, ambientato in una Avignone severissima, agitata dal Mistral e impantanata da bombe d’acqua continue: muri di pioggia che rendono inutile qualsiasi ombrello ed impregnano la città fino a farla marcire. In uno stato d’allerta permanente, la vita è scandita dai colori di un tabellone elettronico che indica il livello dei pericoli quotidiani: virale, atmosferico, terrorismo. Su questo sfondo, alle prese da anni con un killer seriale che sembra riportare in vita demoni d’un’epoca lontanissima, un poliziotto indaga su un nuovo, brutale caso d’omicidio e si domanda che senso ha farlo quando, nell’intero pianeta, il numero dei morti galoppa per via di un clima da incubo. Le pagine di Imperium consegnano un futuro prossimo scioccante: in alcuni territori, la gente prega “ininterrottamente … sulle barche sopra le case e le strade sommerse”, in altri, la vita è resa impossibile dalla desertificazione e dalle tempeste di sabbia, come si legge nel (forse profetico) report scientifico datato 2036 che chiude la storia.

Guanda – 2016

Dopo aver letto Imperium, il pensiero corre ad un libro di qualche anno fa: Qualcosa, là fuori.

Il romanzo di Bruno Arpaia traccia una geografia del disastro climatico, ipotizzando un’Europa divisa tra stati del Nord, dove la vita è ancora possibile, e stati del Sud, nei quali l’unica speranza è affidarsi a una compagnia commerciale che assicura a caro prezzo la migrazione in terre più ospitali. Il resto del mondo non se la passa meglio: anzi, dopo il fallimento di programmi di ingegneria climatica, persino l’America deve fare conti amari con il clima impazzito, regredendo anche a livello politico ad una specie di totalitarismo religioso. Insomma, lo schema narrativo è quello dell’eco-distopia, trattata diffusamente da Marco Malvestio in Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e Antropocene (Nottetempo, 2021).

A rendere particolarmente efficaci le immagini di Qualcosa, là fuori è la loro prospettiva multifocale, ossia l’intreccio dei tre livelli temporali sui quali si sviluppa la storia.

Prima (ossia i giorni nostri), quando ancora si poteva invertire la rotta:

-Durante, mentre gli eventi precipitano:

-Dopo, a disastro diventato irreversibile:

Quest’ultimo scenario ambientale e climatico – che potremmo definire un topos della narrativa (catastrofica e) dell’antropocene – è il set entro cui si muove una colonna migratoria che dall’Italia prova a raggiungere la Svezia. Un itinerario durissimo, organizzato in maniera militare (con sentinelle, guardie, tendoni, carri serbatoio e guide), complicato da pedaggi dissanguanti e intervallato da attacchi di predoni. La safe zone pare un miraggio e, anche una volta raggiunta, non sarà per niente facile entrare. Nel libro di Arpaia resta comunque uno spiraglio, un simulacro di quell’accoglienza che invece, dopo il collasso, per altri autori sparirà del tutto, lasciando il posto soltanto a muri come quello descritto da John Lanchester.

Zona42 – 2021

Ancor prima del collasso ambientale, potrebbe arrivarne uno tecnologico, dalle conseguenze iperboliche. E’ la possibilità prospettata da Alex Irvine, che supera la tradizionale concezione antropocenica dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, prefigurando un inquinamento di tipo completamente diverso. In Antropocene Boom puoi imbatterti in Henry Ford che ti vende una macchina; in un ippopotamo che sbuca improvvisamente da una palude in Florida; in “costrutti” che cambiano forma, “nanobot” capricciosi e in altre immagini talmente colorate da far sembrare il libro una graphic novel. La causa ? Quel misterioso “boom” di cui si saprà qualcosa solo al termine della storia. Una degenerazione della nostra onnipotenza tecnologica. Un bug epocale, un’intelligenza artificiale in cortocircuito che mischia cose e persone, epoche e luoghi, tempo e spazio, creando un rivoluzionario mondo postumano.

Ascolto consigliato per la lettura: EOB – Brasil

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