Lezioni di songwriting: Tapestry di Carole King

Il 10 febbraio del 1971 arriva nei negozi Tapestry, il secondo album solista di Carole King. Fino a quel momento il suo nome è conosciuto nell’ambiente musicale per aver firmato – in coppia con l’allora marito Gerry Goffin – decine di hit per gli artisti più disparati. È loro che bisogna ringraziare se possiamo godere di pezzi immortali come Pleasant Valley Sunday (The Monkees), Up on the Roof (The Drifters), Will You Love Me Tomorrow (The Shirelles), The Loco-Motion (Little Eva), (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Aretha Franklin), Wasn’t Born to Follow (The Byrds) e tanti altri. I due si conoscono al college e dopo essersi sposati decidono di lasciare i rispettivi lavori per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. A partire dal 1960 si accasano presso il famoso Brill Building di Broadway, conglomerato di uffici che ospitava i maggiori autori pop dell’epoca (tra questi anche le gloriose partnership di Leiber/Stoller e Bacharach/David).

Il sodalizio sentimentale e artistico con Goffin dura fino al 1968, quando la King lascia il marito e la natìa New York per trasferirsi a Los Angeles, dove prova a mettersi in gioco anche come cantante. Con il nuovo marito Charles Larkey e il chitarrista Danny ‘Kootch’ Kortchmar dà vita al trio The City: il progetto frutta un solo album che passa però inosservato anche grazie alla ritrosia della cantante ad esibirsi dal vivo che compromette il consueto tour promozionale e porta allo scioglimento del gruppo.
È il 1970: il fango di Woodstock si è ormai seccato e la fiamma della controcultura si è fatta più fioca. La scena della West Coast è sempre rigogliosa, e Carole comincia a frequentare Joni Mitchell e James Taylor. Incoraggiata da loro continua a provarci come cantante e debutta in proprio con Writer che, pur risultando un fiasco a livello commerciale, rappresenta un’importante palestra per il suo secondo lavoro.

Con Tapestry avviene infatti il definitivo passaggio da (ottima) autrice a singer/songwriter a tutto tondo. La ragazzina diciottenne che scriveva successi per gli altri ora è alla soglia dei trent’anni e ha piena consapevolezza dei propri mezzi anche come interprete. Non ha paura di misurarsi con l’Aretha di A Natural Woman e si riappropria di ciò che in fondo era suo – stesso discorso per Will You Love Me Tomorrow. Ma al di là dei due recuperi dal passato, è tutto l’album a funzionare a meraviglia e a imporre la King – insieme a Joni Mitchell – come modello cantautorale al femminile degli anni ‘70. Ma se lo stile della canadese risulta a tratti più intellettuale e poetico, quello della newyorkese si rivela invece più diretto e accessibile.

Magari è anche per questo che Tapestry conquista la vetta della classifica – restandoci per quindici settimane – vendendo milioni di copie e stabilendo un record dopo l’altro (rimane ad oggi uno dei cento album più venduti di sempre). O forse è semplicemente merito di canzoni bellissime che popolano un disco privo di riempitivi, dove tutto si incastra alla perfezione. La sensibilità pop dell’autrice brilla in tutto il suo splendore in pezzi come It’s Too Late e So Far Away, così come nelle malinconiche Home Again e Tapestry. E che dire dell’entusiasmante r’n’b con venature jazz di I Feel the Earth Move? Per non parlare del soul in stile girl group di Where You Lead, di quello virato spiritual di Way Over Yonder e dell’altro a tinte funky di Smackwater Jack. E poi c’è la celeberrima You’ve Got a Friend, inno acustico all’amicizia e all’unione condiviso con James Taylor che la porterà al successo prima di lei.

Quale sia l’ingrediente segreto che ha reso Tapestry una pietra miliare della musica pop è ancora oggetto di discussione. Per provare a scoprirlo non resta che continuare ad ascoltarlo anche adesso, a distanza di cinquant’anni.

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