MF DOOM: Il Villain che salvò l’Hip Hop

Di Alessandro Boila

Non è facile descrivere un personaggio come quello di MF DOOM , o meglio i personaggi, poiché nel corso della sua carriera, l’artista, non ha portato sul palcoscenico e le basi, un’unica entità, ma molteplici forme di se stesso. Come spiega in un’intervista rilasciata a Red Bull, il suo intento era quello di spaziare, di non creare un’unica identità che avesse i propri limiti, che fosse circoscritta in un unico ambito, ma di dare vita a più figure, come in un fumetto, che ricoprissero ruoli differenti, permettendo così alla sua storia di avere uno spessore e di non essere, dunque, semplice e lineare.

“Fare le stesse cose, avere delle schematizzazioni da parte del pubblico, mi annoia. Ciò che desidero è non essere prevedibile, stupire, come quando scopri l’assassino alla fine di un libro, o meglio ancora, come un villain dei fumetti, a cui è stato imposto quel ruolo, perché incompreso, ma che in fondo racchiude in sé un cuore d’oro”. Così spiega sempre nell’intervista. Il suo nome d’arte, infatti, deriva dall’acerrimo nemico dei Fantastici 4, Dr.Doom, un genio stregone con abilità sovrannaturali messe al servizio del suo popolo, essendo il monarca di Latveria. Ma per capire tutta la storia di questo artista è necessario fare un salto indietro nel tempo, poiché come tutti i grandi villain, anche il suo è un passato cupo e oscuro.

Daniel Dumile, nacque a Londra, ma si trasferì fin da subito a New York. Qui, insieme al fratello DJ Subroc, fondò il gruppo dei KMD, firmandosi con il nome di Zev Love X, e con cui nel 1991, pubblicò l’album “Mr.Hood”, considerato ancora oggi un piccolo classico underground. Le sonorità
di questo disco sono leggere, e i temi trattati hanno un’ironia di fondo, che cela, però, una critica verso la società, le discriminazioni e l’intolleranza razziale. Due anni dopo, avvenne la tragedia che lo travolse, suo fratello venne investito da un’auto pirata e perse la vita. La stessa settimana, dopo
mesi di contrasti, Daniel chiuse con la sua etichetta discografica, “Elektra Records”, avendo comunque pronto il secondo album in studio “Black Bastards”.

Chiusa questa parentesi, il frontman dei KMD, decise di ritirarsi dalla scena, stanco delle trame tessute alle spalle degli artisti dalle etichette discografiche. Al suo ritorno troveremo quello che, ad oggi, conosciamo come “il rapper con la maschera di ferro”, che nel 1998, pubblicò il suo album “Operation: Doomsday”, sotto l’etichetta indipendente “Fondle ’Em”, firmandosi con il nome di MF DOOM. Già dallo skit iniziale “The time we faced Doom”, il rapper non lascia spazio a fraintendimenti, rendendo subito noto il movente che lo ha spinto a fare questo disco: “Hold your
insulting tongue and mark my words well. I have plotted my revenge on you. Now I shall have it! Bid farewell to your friends!”
. La traccia riporta una conversazione tratta dalla serie dei “Fantastici 4”, in cui Dr.Doom afferma di essere tornato per vendicarsi.

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Così anche l’artista, stanco e disilluso da un mercato musicale pieno di false promesse e finte adulazioni, così saturo di musica in cui a prevalere
è l’immagine, rispetto a suono e contenuto, decise di agire nell’ombra, indossando una maschera e vestendo così i panni del nemico
che va contro l’istituzione comune, contro tutto ciò che il grande pubblico idolatrava. Le sue liriche, come la sua voce, assumono forme molto più cupe, i testi hanno una profondità del tutto nuova, merito anche il trascorrere degli anni e la conseguente maturità.

L’apice del suo successo, venne raggiunto nel 2004, anno in cui, DOOM, più prolifico che mai, pubblicò due album che segnarono in positivo la sua carriera “Madvillainy”, che vedeva alle basi il producer Madlib, firmandosi insieme sotto il nome di Madvillain, e “MM…Food”, che riscosse numerosi giudizi positivi dalla critica, premiando l’originalità dei brani, i quali ruotavano tutti intorno ai concetti di cibo e rap.

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Da qui la sua carriera si ricoprì di innumerevoli produzioni, sotto i più svariati nomi, che lui stesso ci presenterà: da Metal Fingers, quando vestiva i panni del beatmaker, a Viktor Vaughn, alter ego di DOOM, che rappresentava la parte più contrastante della sua persona, fino ad arrivare a King Geedorah, che aveva le sembianze di un mostro alieno a tre teste, venuto da un’altra dimensione. DOOM è riuscito così a creare una carriera fondata sul suo immaginario e sulla sua visione, fatta di personaggi inventati, che succedevano l’uno all’altro, creando un vero e proprio fumetto a colori. L’utilizzo di skit, tratti da film e cartoni animati, facevano immergere l’ascoltatore in un mondo che non apparteneva più a quello della realtà, assuefatto all’idea di dover essere il migliore e prevalere, stare in cima alla classifica ed apparire.

L’universo di DOOM ha riportato tutti a quell’ hip hop genuino, in cui alla base c’è l’idea di aggregazione, di raccontare una storia e divertirsi, fatto da colori e graffiti, tag e scorribande. Ed è così che l’artista ci ha catapultato alle radici di questo genere, in mezzo ai quartieri, tra gli amici di una vita, dove tutto ciò che contava era fare ed ascoltare bella musica. Purtroppo, come Stan Lee per la Marvel, anche Daniel ci lascia in eredità il suo mondo, andandosene, come annunciato dalla moglie, lo scorso 31 ottobre. Ciò che non se ne andrà mai, però, è quella maschera di ferro, simbolo di tutti i suoi ideali e di tutto quello che ha dato e sacrificato per questa cultura, citando il
film “V per vendetta”: «“Chi” è soltanto la forma conseguente alla funzione, ma ciò che sono è un uomo in maschera».

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