Monochromatic Experience Ep.13

Di Alessio “Chopy” Cambiotti

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La mia adolescenza credo si possa descrivere con una sola parola: fuoco.
L’energia dirompente di chi vuole cambiare il mondo. I modi forti e decisi di chi ha trovato amici come lui. La lotta per ottenere quello che volevo, ad ogni costo. Per ottenere la felicità dei miei amici, il rispetto. Ottenere la tranquillità, la pace nel mondo. L’egemonia culturale del mio pensiero. Volevo tutto, e facevo di tutto per arrivare all’obiettivo. Il fuoco delle azioni, si trasforma presto nel fuoco degli intenti, dei discorsi.

Sei convinto che hai ragione solo tu, e cavolo, gli altri come fanno a non essere d’accordo con te che sei così dannatamente illuminato? Ma possibile che le persone intorno a me non capiscano di aver incontrato un nuovo Messia? E allora ci provavo, in continuazione. Con chiunque. Ma le altre
persone sono come te. Hanno il loro pensiero. La loro verità. Qualcuno cambia idea vero, ma molti no, e quelli diventano inesorabilmente i tuoi mulini a vento. Hai il cavallo, hai l’armatura e la lancia ben serrata in mano.

Ma quelli sono mulini, non i giganti che vuoi battere e non ti degnano della
loro attenzione. Non vogliono? Forse. Per lo più semplicemente non gli interessa. E non ti ignorano perché vogliono ignorarti. Sono dei dannati mulini, e per quanto tu li colpisca non reagiscono. L’adoro sta storia dei mulini a vento. Chissà se Miguel de Cervantes Saavedra sapeva che stava
centrando il punto. Una storia, un romanzo, una favola, chiamatela come vi pare. Ma sembra descrivere i tempi che viviamo. Ognuno di noi ha i suoi mulini a vento, e probabilmente ognuno di noi è il mulino a vento di qualcuno. Quella persona che per te è una lotta senza tempo, quell’idea
da raggiungere a tutti i costi.

Il risultato lavorativo, la posizione sociale da raggiungere. I soldi, il
successo. Vale veramente la pena perdere la stabilità mentale in guerre che non possiamo vincere? No. E allora il punto qual è? Non è che forse il cimentarsi in questioni irraggiungibili non sia altro che il bisogno irrefrenabili di sfamare il nostro ego? A me è capitato veramente troppe volte. Il mio ego è enorme, giuro. E mi racconta veramente un sacco di cazzate. Mi spinge verso traguardi che solo lui è convinto di saper raggiungere, verso lotte che solo lui brama di vincere.


L’ego è il nostro Don Chisciotte. E per quanto sia stato sempre un grande ambasciatore dell’idea che l’ego può aiutarti a fare grandi cose (nella sua stretta interpretazione di una grande forza di volontà) so anche che l’ego può mangiarti a colazione. Ce lo vedo il mio, tra l ‘altro. Un tazzone di latte e caffè e tanti piccoli Chopy a forma di taralluccio. Anni fa presi una decisione importante, e non vi preoccupate, non starò ad ammorbarvi su quale.

Fu il primo passo per agguantare una felicità che avevo perso, e mi proposi che avrei realizzato tutto quello che desideravo. Per celebrare questo cambiamento meraviglioso mi tatuai “puntare al top è una questione di attitudine”. L’ego si sfregava le mani, immagino. Ma il “top” è stato proprio
quello. Le decisioni arrivabili, spingersi in meglio ma ottenendo risultati. Con costanza, non con foga.
Puntare a qualcosa di irrealizzabile è, oltre smisuratamente dispendioso di energie, avvilente per la nostra felicità. Avere coscienza di una vita possibile da vivere, sempre ed ogni giorno, non un’esistenza dedita all’inseguimento di qualcosa di lontano.

Crescere sempre, migliorarsi. Passo dopo passo, e riuscendo nell’intento. E il cavallo e l’armatura possono pure stare dove preferiscono.

Latitudine 43,277421, Longitudine  6,522648

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