Monochromatic Experience Ep. 14

Di Alessio “Chopy” Cambiotti

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Lo chiamiamo distanziamento sociale adesso.
Ne abbiamo bisogno, dobbiamo difenderci. È un periodo particolare, difficile. Qualcosa ci sta attaccando. È invisibile. È subdolo. Personalmente è la mia prima pandemia, se non consideriamo quella dell’evidente mancanza di buongusto dei giorni che ci accompagnano. Ci hanno dato delle regole da seguire, anche abbastanza semplici, per evitare il proliferare di questa infezione.


Lavatevi le mani, mettete la mascherina. Non assembratevi.
Oddio, non assembratevi. Me la ricordo bene la mia pubertà. Probabilmente la persona più antisociale del centro Italia.
Oddio quanto era difficile relazionarsi con il prossimo. Ogni ragazzo era meglio di me, più bello, più atletico, più simpatico. Riuscivano con le ragazze, erano popolari, avevano sempre la cosa giusta da dire al momento giusto. Io ero dannatamente solo. Un po’ mi ci infilavo da solo in questa
situazione. Non ero un sociopatico, ma ad un certo punto di “insuccessi sociali” mi sono convinto che stavo bene da solo.

E giù con la carrellata di comportamenti solitari.
Con il tempo grazie al cielo ne sono uscito. Ho imparato ad avere fiducia in me stesso, a non considerare ogni vicino un rivale eccetera eccetera. Perché dico questo? Il periodo, per una necessità puramente di sopravvivenza, ci sta facendo ripiombare in questo. Qualche pazzo se ne frega, continua con gli aperitivi, le feste a casa, le scuse per socializzare. La maggioranza della
gente (grazie al cielo) sta cercando di seguire una linea retta di comportamento.

Si rimane a casa, non si socializza. I più stanno in famiglia.
Ma tanta gente non può, e ripiomba nello spettro della solitudine. Credo che la cosa giusta sia dire le cose come stanno davvero: stare da soli fa schifo. Guardo sempre con una certa empatia chi, soprattutto sui social, si erge a paladino dell’idea che stare da soli sia fantastico. Non devi rendere conto a nessuno, non devi abbozzare, hai la tranquillità. Tutte cazzate.


Ho vissuto abbastanza la solitudine per aver imparato a conviverci, e soprattutto per aver imparato che scegliere di non rimanere solo non è una mossa dettata dalla terrificante paura di rimanerci.
Ti dicono, impara a stare solo, così non avrai bisogno di nessuno e la persona che sceglierai non sarà una necessità ma un piacere. Ancora cazzate, dai. Impara a stare solo? Non avere bisogno di nessuno? Ma che siamo robot? Aggeggi pieni di ingranaggi senza sentimenti? Avere delle persone vicino per condividere le giornate, le gioie e le paure, per affrontare le difficoltà e spartire la felicità è l’unica vera cosa importante.


Tutti questi “forever alone” come tirano avanti? Come gestiscono le ansie e le crisi di panico? Come festeggiano le cose belle che la vita gli riserva? Come riescono a vivere bene il loro percorso senza la tranquillità di qualcuno che possa essere il bastone per sorreggerli nei momenti bui? O
anche più semplicemente la persona che stapperà la bottiglia nei momenti di luce? La condivisione secondo me è la chiave per una vita di successo.

Saper chiedere aiuto, saper dire “ce l’abbiamo fatto”. Eh no, fa figo essere “self-made”, sentirsi indipendenti dal prossimo. Avere successo contando solo sulle proprie forze è sintomo di carattere, forza di volontà, carisma, impegno. Potrei fare una lista infinità di sfaccettature del carattere che ti aiutano ad essere un vincente. Ma oggi troppo spesso l’unica via di felicità per noi è il “ritorno social”.


Ci vantiamo, ci auto-celebriamo. Scriviamo post su facebook e tweet. Facciamo storie su Instagram dei nostri momenti di gloria. Perché siamo soli. Perché qualcuno si complimenti, per le reaction e i repost. Ci piace avere un direct affollato, ma è una compagnia effimera.
Ma è una vittoria di Pirro. Un placebo. Le persone di passaggio ti sono vicine quando va tutto bene, ma finisce lì. Smettetela di passare il
tempo a elogiare la solitudine. Non ci crede nessuno, davvero.
Condividete, siate felici.

Latitudine 43,6860, Longitudine 7,2375

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