Monochromatic Experience Ep.6

Di Alessio “Chop” Cambiotti

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Mi ricordo una vacanza da piccolo, con i miei genitori, in montagna. Me la ricordo bene perché fu credo la nostra unica volta NON al mare. Come ho detto l’altra volta il mare ce l’ho nelle vene, e ne sento incessantemente la mancanza. Mi piace l’aria del mare, la salsedine che si insinua tra le
narici e quel tipo clima da brezza marina. Poi soffro di vertigini, stare a livello zero del mare per me ha lo stesso grado di compiacimento di una Punk IPA con gli amici.


Ma quell’anno non so per quale ingloriosa scelta, andammo in montagna. Cavolo che palle, una noia mortale per un piccolo Chopy. Ma il fattore veramente angosciante di quella vacanza furono i compiti di scuola.
Dovevo leggere questo libro di Karen Blixen, questa baronessa danese dei primi anni del ‘900 che decise di comprarsi una piantagione di caffè. Il matrimonio e la piantagione andarono a sfacelo e lei decise di tornarsene in Danimarca e fare la scrittrice. Tra le sue opere più gloriose ci fu questo diario: “La mia Africa” dove descriveva gli anni trascorsi in Kenya. Rimase
innamorata delle usanze e dei modi di fare delle persone di cui si era circondata nel suo periodo africano, dell’accoglienza e dei modi di fare.
Il libro? Una noia mortale.

Però per la prima volta conosco il concetto di “mal d’Africa”.
Al giorno d’oggi i quaderni dei medici sono piene di nuove patologie (molte nemmeno le conosco, qualcuna non la comprendo) che affliggono l’uomo moderno. Ammetto che questa è stata a lungo una di queste. Ne senti parlare, le persone provano a spiegartela. Ma l’unico modo per comprendere è visitare il vecchio Continente, quello che ha dato i natali
all’uomo e che è purtroppo da anni terra di conquista e sopraffazione. Ho preso l’aereo con Gio (la meravigliosa donna che si è immolata all’altare della pazienza da 10 anni a questa parte) per andare a Zanzibar.

Non sono tipo da resort o da villaggio multi-lusso, e abbiamo prenotato questo meraviglioso bungalow nel paesino di Bwejuu. Le regole sono ferree in un paese dove la disponibilità di risorse (per noi scontate) è un concetto relativo. Acqua calda razionata. Elettricità razionata. Ogni cosa che ti da la Terra deve essere trattata per quello che è veramente: un dono.
È questo il primo grande insegnamento dell’Africa: il valore giusto. E quindi capisci che ogni cosa che è a portata di mano non è necessariamente da sfruttare e buttare.

E tutto quello che sottrai alla Terra deve avere il giusto utilizzo. Un bell’esempio è la noce di cocco. Quando la stacchi sai che dovrai usare al massimo quel frutto. E allora lo bevi. Ma prendi i filamenti del frutto e li
intrecci. Una volta intrecciati i filamenti vanno sotterrati sotto la sabbia dell’oceano, per almeno un mese per poterne ricavare delle robuste corde per legare di tutto.

E allora ne intrecci 2 se vuoi ottenere una corda per legare cose di tutti i giorni oppure ne intrecci 4 per usarle per legare le
travi dei tetti. E vi chiederete, come fate a ritrovare le corde sotto la sabbia dell’oceano? Le donne di primissima mattina “contrassegnano” la zona con un pezzo di copertone rotto. Ed è solo un esempio di uno degli insegnamenti. Per non parlare del cielo. La notte le stelle sono così vicine e lucenti che sembra possano caderti addosso da un momento a quell’altro. Riesci ancora ad assaporare quello che la Terra può offrirti se eviti di fare tutto il possibile per ammalarla. Tratta bene chi ti ospita, e vivi i doni che sa
regalarti. Se soffro il mal d’Africa? Certo che si.

Live in wonder.

Latitudine -6,2452, Longitudine 39,5352

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