Nevermind: quando l’alternative stravolse il mainstream

Il mio primo contatto con Nevermind è avvenuto in chiesa. Un contatto meramente visivo, trattandosi del passaggio di mano del cd tra un paio di amici durante una lezione di catechismo. Tra una panca e un inginocchiatoio, quando ero un catholic boy – per dirla alla Jim Carroll – ho visto per la prima volta quel neonato immerso in acqua inseguire un verdone infilzato a un amo. Solo un paio di anni dopo sono riuscito a mettere mani e orecchie all’album, e credo sia superfluo aggiungere che ho avuto l’adolescenza segnata dai ripetuti ascolti di Smells Like Teen Spirit e compagnia cantante. Era già successo a tanti più o meno giovani di me, e sarebbe successo ancora. Basti pensare che nel momento in cui mi ci avvicinavo, più o meno nell’autunno del ’99, Nevermind era già stato certificato disco di diamante (10,000,000 di copie) da qualche mese e ad oggi ha superato quota trenta milioni. Non male per un gruppo underground al suo debutto su major se pensate che la compagnia stessa si auspicava di raggiungere le 250,000 unità – 500,000 a voler essere ottimisti. D’altronde erano queste le cifre intorno alle quali gravitavano i Sonic Youth di Goo, che avevano firmato per la Geffen un annetto prima dei Nirvana, influenzando poi la stessa casa discografica a prendere Kurt Cobain e soci sotto la propria ala.

Per la band di Aberdeen – poi stabilitasi nella ben più popolosa Seattle – si trattava di un passaggio senza troppo clamore visto che, oltre alla Gioventù Sonica, già altre band indipendenti avevano fatto il salto prima di loro (Hüsker Dü e R.E.M. tanto per citare i soliti noti). Inoltre la Sub Pop navigava in cattive acque e rischiava di diventare la sussidiaria di una major. Per la mitica label di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman i Nirvana avevano fatto uscire il loro debutto Bleach, registrato in appena 30 ore e costato 600 dollari – soldi elargiti da Jason Everman, accreditato come secondo chitarrista senza suonare una singola nota e presente in copertina accanto a Kurt. Dopo l’abbandono del batterista Chad Channing, Kurt e il bassista Krist Novoselic arruolavano Dave Grohl, che arrivava sul finire dell’estate del 1990 a lavori già iniziati ma entrava subito in sintonia con i compagni, fungendo da valore aggiunto al sound del gruppo. E a proposito di sound, un ruolo fondamentale lo giocava il produttore Butch Vig che, levigando e smussando gli angoli del debutto, rendeva possibile il boom di vendite citato poco sopra. A fare però da vero detonatore al successo dell’album ci pensava il 10 settembre del ‘91 il singolo Smells Like Teen Spirit, che intercettava il disagio e la rabbia di una generazione anche grazie a un videoclip entrato nella storia e trasmesso in heavy rotation da MTV, spianando la strada al fenomeno grunge.

Un mesetto fa Spencer Elden – il neonato in copertina – ha fatto causa alla band, alla casa discografica e al fotografo Kirk Weddle per sfruttamento sessuale di minore.
Una copertina che quindi potremmo definire profetica.

Due settimane dopo, il 24 settembre del ’91, esce Nevermind. Quanto di buono era stato anticipato dal singolo – scelto non a caso come brano d’apertura – viene confermato anche dal resto dell’album. Kurt riprende l’intreccio di melodia e rumore tanto caro ai Pixies e lo fa suo inserendolo in un contesto musicale dove punk e hard si fondono senza però offuscare la sensibilità pop presente al suo interno. Non è una novità infatti l’amore di Cobain nei confronti dei Beatles – e in particolare per Lennon (sentimento sul quale fa leva Butch Vig per convincerlo a sovraincidere la propria voce, dicendogli semplicemente “Lennon lo faceva”). L’intento è quello di creare un sound dove “i Knack e i Bay City Rollers vengono stuprati dai Black Flag e dai Black Sabbath”. E nonostante il risultato finirà per deludere il cantante che lo definirà “più vicino a un disco dei Mötley Crüe che a un disco punk”, saranno in tanti a pensarla diversamente. E non vedo perché dar torto alla folla ascoltando le chitarre scorticate di Breed, le rullate granitiche di Grohl su Stay Away o il giro di basso indimenticabile di Novoselic su Lounge Act. E che dire della furia cazzona di Territorial Pissings, dei ritornelli rabbiosi e memorabili di Lithium e In Bloom, del riff acquoso dell’inno Come As You Are o del pop rumorista di Drain You? E infine ci sono anche i momenti più distesi e acustici di Polly e della conclusiva Something in the Way, impreziosita dal violoncello spettrale di Kirk Canning.

Al di là del suo valore intrinseco – che per me rimane indiscutibile anche oggi, trent’anni dopo – l’importanza di Nevermind nella storia del rock sta non tanto nei numeri del suo successo, quanto nell’aver stravolto i rapporti tra produzioni mainstream e fenomeni underground. Dopo questo album le grandi case discografiche cominceranno a guardare con sempre più attenzione alle piccole realtà alternative in cerca di un’altra gallina dalle uova d’oro.

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