No kind of love: Talk Talk Talk degli Psychedelic Furs

Gli Psychedelic Furs fanno parte di quella piccola schiera di gruppi il cui nome è ignoto ai più (almeno qua da noi), ma che possono vantare una manciata di singoli famosissimi tanto da comparire in diverse fiction e produzioni cinematografiche nostrane o essere trasmessi ancora oggi con una certa regolarità nelle radio italiane più o meno commerciali. Canzoni come Heaven, The Ghost In You e Love My Way penso le conosca anche mia madre, ma in quanti poi – al di là di chi quegli anni li ha vissuti – riescono ad associare il loro nome a questi successi? C’è stato un tempo, nei primissimi anni ’80, in cui hanno rischiato di fare il botto con la B maiuscola. Dividevano spesso il palco con i rivali U2 e insieme a loro intrapresero un tour in Germania. Fecero entrambi tappa al noto programma televisivo tedesco Rockpalast: la band irlandese fece un live strepitoso e salì sul treno che l’avrebbe presto portata al trionfo planetario, mentre nel set dei Furs qualcosa non funzionò e il sestetto se ne tornò a Londra con la coda tra le gambe.

Londra. Comincia tutto lì, intorno al 1977. I fratelli Richard e Tim Butler, dopo aver visto i Sex Pistols al 100 Club nel settembre dell’anno precedente, decidono di formare una band. La loro proposta musicale si rivela da subito originale: prendono ispirazione dal punk ma al tempo stesso non rinnegano l’amore per gruppi come Velvet Underground e Roxy Music. Si servono infatti proprio della Venus in Furs velvetiana per la loro ragione sociale, aggiungendo quello Psychedelic per rafforzare ancora di più il legame col passato e al tempo stesso prendere le distanze dalla scena punk più oltranzista. Dopo un paio di avvicendamenti, nel 1980 diventano ufficialmente un sestetto e danno alle stampe il loro debutto eponimo, prodotto da Steve Lillywhite (proprio lui, lo stesso in cabina di regia nei primi tre album degli U2). Tra le sonorità dark-wave dal cuore pop e un paio di schegge figlie del punk, gli elementi che saltano subito all’orecchio sono due: la voce rugginosa e inconfondibile di Richard Butler e il sax qua pungente e là lussurioso di Duncan Kilburn. Un anno dopo la band è nuovamente in studio per registrare il seguito.

Talk Talk Talk viene inciso in una ventina di giorni, negli intervalli di tempo tra una pinta e l’altra al pub dietro l’angolo. L’atmosfera però è tutt’altro che rilassata: i litigi e i contrasti tra i componenti sono così frequenti da diventare una sorta di modus operandi per comporre i brani. Una formula che in fondo si è rivelata vincente vista la qualità dei brani. Le felici intuizioni presenti nell’esordio sono infatti qui replicate ma allo stesso tempo vengono portate a un altro livello. Laddove il primo album era stato registrato quasi in presa diretta con l’intenzione di sprigionare lo stesso impatto e le stesse energie di un live, in Talk Talk Talk Lillywhite lascia il gruppo più libero in fase di sovraincisioni ed editing. La batteria di Vince Ely diventa più tribale e ossessiva, le chitarre di John Ashton e Roger Morris infittiscono le loro trame, il basso di Tim Butler si fa più melodico e il sassofono di Duncan Kilburn diventa ancora più incisivo. Last but not least, il cantato di Richard Butler si tinge maggiormente di decadente romanticismo, con uno stile che ricorda da vicino Lou Reed e da lontano David Bowie. Il balzo in avanti compiuto dalla band si evince subito dall’attacco di Dumb Waiters, primo singolo estratto dal lotto. Il colpo da maestro arriva però subito dopo con il pop obliquo di Pretty in Pink, anthem istantaneo ispirato dal classico Sweet Jane che apre la strada ai fortunati singoli che seguiranno negli anni. Il resto dell’opera si snoda tra richiami agli Wire (I Wanna Sleep with You) e ai Joy Division (So Run Down, con lo zampino del mitico Martin Hannett), ritmiche serrate stemperate dal solito Kilburn (Mr. Jones e Into You Like a Train) e ballad malinconiche che evocano il fantasma di Bryan Ferry (All of This and Nothing e She Is Mine).

Anche se all’epoca vendette pochino, Talk Talk Talk rimane probabilmente il miglior lavoro del gruppo – anche a detta degli stessi componenti – e un caposaldo della new wave in tutte le sue declinazioni. Con i successivi Forever Now e Mirror Moves smusseranno diversi spigoli sviluppando un approccio più radiofonico, ma è sicuramente questo disco quello che fotografa al meglio la loro creatività e identità musicale.

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