Otis Blue: il mio battesimo soul

Fa strano dirlo, ma la prima volta che ho ascoltato Otis Blue mi trovavo all’Isola d’Elba. Era l’estate del 2006, ero in vacanza con gli amici di sempre e una sera mentre giravo per il centro di Porto Azzurro mi sono imbattuto in un negozio di dischi. Ebbene sì, le mie doti da rabdomante musicale mi hanno permesso di trovare un piccolo record shop perfino a Porto Azzurro, per di più aperto la sera (era la festa di qualche patrono, o forse si trattava di una notte bianca, non ricordo). L’avevo già vista quella copertina a tinte blu, con il volto disteso di quella misteriosa modella per metà immerso nell’ombra, e sapevo che l’album in questione era considerato un classico. Quello che però ignoravo – avevo vent’anni ed ero ancora digiuno di black music – era cosa fosse di preciso il soul.

La risposta l’avrei trovata proprio nelle note di copertina: “Soul è una parola che ha molti significati. Nel mondo del pop-R&B di oggi si riferisce abitualmente a un’interpretazione intensa e drammatica di un cantante, eseguita con così tanta passione da raggiungere ed emozionare visibilmente l’ascoltatore. Significa che il cantante sta dicendo qualcosa, a volte addirittura più di quello che i testi stessi potrebbero normalmente trasmettere. Il soul non è qualcosa che può essere simulato – o ce l’hai o non ce l’hai. Otis Redding ce l’ha”. Poco altro da aggiungere. A quel punto non mi rimaneva che schiacciare play nel mio lettore cd portatile.

Registrato negli studi della Stax a Memphis, nell’arco di un fine settimana nell’aprile del 1965, Otis Blue/Otis Redding Sings Soul si apre con la supplica di Ole Man Trouble, uno dei tre pezzi autografi presenti nell’album. Il soul d’altronde è questione di interpretazione più che di autenticità. Se poi consideriamo che gli altri originali sono due pezzi da novanta come Respect e I’ve Been Loving You Too Long, direi che chiunque potrebbe ritenersi già soddisfatto. La prima, scritta quasi di getto e registrata in venti minuti, sarà magistralmente ripresa e riarrangiata da Aretha Franklin che la trasformerà in un inno femminista, mentre la seconda diverrà un classico del genere e uno dei più grandi successi dell’artista georgiano, con gli arpeggi raffinati di Booker T. Jones al piano e Steve Cropper alla chitarra e una sezione fiati grandiosa.

Ci si potrebbe già fermare qua per consegnare The Big O alla storia, ma poi ci sono anche otto reinterpretazioni da brividi. C’è il southern soul di Solomon Burke (Down in the Valley) e William Bell (You Don’t Miss Your Water), e quello più elegante targato Motown dei Temptations (My Girl); il Chicago blues di B.B. King (Rock Me Baby) e il rock degli Stones (Satisfaction), con i fiati a eseguire il celeberrimo riff. E poi c’è l’inevitabile e sentito omaggio all’idolo Sam Cooke – da poco scomparso – affrontato in ben tre brani, in grado di esaltare i tratti salienti della sua carriera: quello impegnato con Change Gonna Come, quello danzereccio con Shake e quello sentimentale con Wonderful World. Rifacimenti resi unici dal suo stile e dalla sua voce inarrivabile, solenne e ruvida allo stesso tempo, in grado come poche altre di toccarti nel profondo, nell’anima. “O ce l’hai o non ce l’hai”.  

Quando presi Otis Blue le mie antenne erano orientate altrove, principalmente sul cantautorato americano – la stessa sera infatti acquistai anche Sweet Baby James di James Taylor – ma l’impatto con quella voce e la classe di quegli arrangiamenti fecero scattare un colpo di fulmine che influenzò buona parte dei miei ascolti futuri. Ancora oggi – anniversario di quel maledetto incidente aereo che nel 1967 se lo portava via appena ventiseienne – quando penso alla parola soul il primo volto che visualizzo è quello di Otis Redding.

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