Out of Time: la consacrazione dei R.E.M.

Forse è un semplice segnale dell’età che avanza, ma sempre più spesso, quando mi imbatto in una foto di Michael Stipe mi vengono gli occhi lucidi. Se poi si tratta di un video, a quel punto ci potrebbe scappare anche la lacrima. A mia madre succede la stessa cosa con Fabrizio Frizzi, ma se non altro la sua commozione è in parte giustificata (sono passati tre anni, mamma, cerchiamo di guardare avanti) dal fatto che lo storico conduttore – e “attore di prima fascia” (cit.) – è deceduto, mentre Michael fortunatamente è ancora qui con noi. Credo sia una lieve forma di sindrome di Stendhal, senza i capogiri e la tachicardia; un cedere emotivamente alla bellezza schietta e sincera che quel volto e quella voce rappresentano per me, lontana anni luce da quest’epoca piena di artisti e progetti costruiti a tavolino.

Detto ciò, sto riguardando per la sesta volta l’episodio di Song Exploder dedicato a Losing My Religion (lo trovate su Netflix). Nel caso non l’aveste ancora visto, fatelo subito. Intendo adesso, sul serio. Purtroppo dura una mezz’ora scarsa ma è un piccolo capolavoro sulla genesi e la realizzazione di una delle più grandi canzoni degli anni ’90 – ma pure degli ultimi trent’anni in generale. E sfido chiunque a non commuoversi di fronte all’imbarazzo palpabile di Michael che riascolta ad occhi chiusi la sua voce isolata da tutto il resto o allo stupore autentico di Bill Berry che ammette di aver dimenticato l’hand clapping presente sul finale del pezzo. Poi a un certo punto c’è pure un rallenty su Peter Buck con in grembo un mandolino che sembra un’opera d’arte, tipo la Dama con l’ermellino, ma qui magari mi rendo conto di essere un pochino di parte e di guardarlo con gli occhi dell’amore.

Un mandolino, già. Sarà proprio questo strumento che segnerà la svolta per la carriera dei R.E.M.. Peter l’aveva già utilizzato in alcune tracce su Green, e l’album in questione – il primo targato Warner – aveva pure venduto bene. Ma il successo raggiunto grazie a Losing My Religion, che a sua volta trascinò Out of Time in vetta alle classifiche, non aveva precedenti: primo in America e UK, oltre diciotto milioni di copie vendute e tre Grammy. Se da una parte è innegabile che questo trionfo sia in buona parte ascrivibile a quel singolo, dall’altra bisogna dire che Out of Time è un grande album anche al di là di quell’ingombrante presenza. Sicuramente non la miglior prova dei quattro di Athens – anzi, probabilmente non finirebbe nemmeno sul podio – ma questo perché ci hanno abituato a uno standard spesso altissimo. Forse è un po’ disomogeneo, manca un pizzico di coesione nell’insieme, però ecco, avercene di dischi così.

Out of Time riesce a mettere assieme la voglia di sperimentare – tratto caratteristico nella produzione dei R.E.M. – e la classicità, la ballata austera e i toni scanzonati. L’iniziale Radio Song, per esempio, spiazza subito l’ascoltatore col suo mescolare jingle-jangle, funky e rap grazie alla collaborazione con KRS-One. La desertica Low invece si regge su un organo sepolcrale, delle percussioni scarne e una chitarra ovattata che piano piano sale di pari passo con la voce. Ma Out of Time è anche il disco di Shiny Happy People, canzone smaccatamente solare e spensierata che ospita alla voce Kate Pierson dei B-52’s. Il brano avrà un incredibile successo anche se sarà rinnegato dalla band ad eccezione di Peter Buck (ma riguardando il video verrebbe da pensare l’esatto contrario).
E poi ci sono Texarcana e Near Wild Heaven, dove Mike Mills conquista la scena, e soprattutto Country Feedback, flusso di coscienza di Stipe tallonato dall’elettrica noise di Buck che dialoga con la steel guitar dell’amico John Keane. Tra le mie preferite comunque c’è pure Belong, episodio magari minore ma che ho sempre trovato affascinante, con quel basso marcato, il parlato sulle strofe e un ritornello che funziona benissimo anche senza dire niente.

Inaspettatamente i R.E.M. non portano in tour il disco e già dal giugno del 1991 decidono di rintanarsi in studio per lavorare sul nuovo album. Una scelta che pagherà bene, non certo sotto il profilo economico ma sotto quello artistico. Avete presente Automatic for the People, no?

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