Pet Sounds: le sinfonie pop di Brian Wilson

Cos’altro c’è da dire su Pet Sounds che non sia già stato detto? Niente, suppongo. A cinquantacinque anni dalla sua uscita, la storia attorno a uno dei più grandi album della storia della musica pop è ormai nota a tutti. Ma oggi, con la scusa dell’anniversario, paghiamo il giusto tributo al genio compositivo di Brian Wilson, principale artefice di questo incredibile capolavoro. Il leader dei Beach Boys infatti concepisce l’opera senza gli altri membri del gruppo, impegnati in un tour in Giappone e Hawaii (lui aveva smesso di suonare dal vivo già da un annetto). Tenendo a mente la lezione del wall of sound di Phil Spector, coinvolge una cinquantina di musicisti per dar vita alle sinfonie che ha in testa, avvalendosi tra gli altri della Wrecking Crew, band di eccellenti turnisti che pur lavorando sempre nell’ombra ha contribuito a realizzare decine e decine di hit tra gli anni ’60 e ’70. L’intento è quello di creare il disco più bello di tutti i tempi.

Brian Wilson si pone questo obiettivo dopo aver ascoltato Rubber Soul: al di là della qualità delle singole canzoni, per la prima volta percepisce una coesione di fondo, un qualcosa che funziona nella sua totalità. Questo condiziona la scrittura dei brani ai quali sta lavorando insieme al paroliere Tony Asher, e il nuovo materiale assume così le sembianze di una specie di concept in grado di rivoluzionare l’idea di album. Non più una semplice raccolta di 45 giri come era stato fino ad allora, ma un progetto sonoro compatto. Accantonati i testi sul sole, il surf e le belle ragazze, il cantante decide di affrontare argomenti più intimi e personali, segnando una svolta in termini di maturità e poeticità. La Capitol Records non è convinta della nuova direzione scelta dal leader e prende addirittura in considerazione la possibilità di non pubblicare l’album. Anche il compagno e cugino Mike Love, ascoltati i nuovi brani, domanda bruscamente: “Chi ascolterà questa merda? Un cane?”. Ma Brian tira dritto per la sua strada e anzi prende spunto da quella critica per battezzare la sua ultima fatica.

Pet Sounds arriva nei negozi il 16 maggio del 1966, dopo circa un anno di gestazione. Un’infinità se si pensa che nei precedenti tre anni i Beach Boys hanno fatto uscire nove (!!!) album, ma non poteva essere altrimenti viste le ambizioni dichiarate dal leader. Per raggiungere un tale livello di perfezione e dare forma alle sue molteplici intuizioni, Brian Wilson si avvale di un intreccio strumentale sconfinato, aggiungendo ai soliti chitarra-basso-batteria anche clavicembalo, archi, flauti, sassofoni, theremin, fino a lattine di Coca-Cola, clacson, campanelli di bicicletta e cani che abbaiano. Stravaganze e chincaglierie a parte, quello che rende Pet Sounds un’opera unica e irripetibile è la qualità eccelsa delle sue composizioni. Dal giubilo pop di Wouldn’t It Be Nice (insieme a Sloop John B, il pezzo più vicino al classico sound del gruppo) alla tensione emotiva della conclusiva Caroline, No ciò che stupisce ad ogni ascolto è la ricchezza dei dettagli, le splendide armonie vocali, il sontuoso impasto sonoro. Trovare la giusta quadra è spesso la parte più delicata in situazioni del genere, ma il tocco equilibrato di Brian Wilson in fase di produzione ha permesso che avvenisse il miracolo. Tutto è impeccabile in queste tredici tracce: dalla dolce cantilena di You Still Believe in Me alla spectoriana I’m Waiting for the Day; dalla caducità di Here Today al senso di inadeguatezza di I Just Wasn’t Made for These Times; dal lirismo impareggiabile di Don’t Talk (Put Your Head on My Shoulder) alla celeberrima God Only Knows (semplicemente una delle più belle canzoni del mondo).

Capace di influenzare una quantità spropositata di musicisti – e in primis proprio i Beatles di Sgt. Pepper, come ammesso più volte da Paul McCartneyPet Sounds suona ancora oggi contemporaneo pur essendo un prodotto facilmente databile. Tant’è vero che i continui riferimenti a un certo modo di fare musica presenti in molti dischi attuali potrebbero far pensare che sia uscito ieri.
La sfida con i Fab Four spingerà Brian Wilson a intraprendere un nuovo, grandioso progetto intitolato SMiLE. L’abuso di LSD, un esaurimento nervoso e i continui litigi col resto della band e con i dirigenti della Capitol faranno abortire il tutto consegnando l’opera alla leggenda fino al 2004, quando il cantante – assieme al mitico Van Dyke Parks – rimette mano all’album e lo pubblica a suo nome dopo trentasette, lunghissimi anni.

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