Quando guardi a lungo Helstrom… Helstrom ti guarda dentro

Io non ho la religiosa accettazione della fine cantavano qualche anno fa Fabi, Silvestri e Gazzè. Potrebbe essere questa la perfetta definizione per una delle poche, infinitesimali, nuove serie rilasciate nel 2020. La prima puntata è un rappresentativo manifesto d’intenti che pone le basi per le successive nove puntate. Gli elementi presenti inizialmente infatti sono gli stessi che fanno da leitmotiv per la prima stagione, demoni, religione, morte e vita. Questi ultimi occupano due posti d’onore e cambiano pian piano discostandosi ogni episodio di più dalla loro concezione originale. Diventano altro rispetto a ciò che da sempre rappresentano. 

Helstrom calca orme nuove in sentieri già esplorati. E lo fa in maniera splendida, portandosi dietro originalità e atmosfera. Quella tetra e oscura dei thriller mista all’estrema eleganza di alcune serie inglesi, forse eredità nascosta di parte del cast britannico. 

Un ospedale come santuario, o converrebbe dire un santuario come ospedale. Lo vediamo nei primi minuti della serie. Le vetrate colorate a simboleggiare una sorta di spiritualità che tradiscono il grigiore e l’ambiente asettico delle camere e dei corridoi che le raccordano. Aleggia sin dai primi istanti l’intuizione che si tratti di un ospedale psichiatrico, ma il male che vedremo più avanti non ha nulla a che fare con la mente e le sue inclinazioni. Piuttosto, la storia che ci viene raccontata è terrificante nelle sue manifestazioni fisiche. Il corpo è preda di un demone e lo nutre di vita, quella della materia che lo ospita, racchiusa in una cella dalle pareti morbide. 

Helstrom 1

Un istituto-istituzione che sembra quasi già troppo conosciuto. Ricorda la nave dei folli di Foucault nella sua invisibilità posta alle porte della civiltà definita normale e ricorda invece l’interpretazione di Bosch quando ne arriviamo a conoscere le più intime pieghe.
A racchiudere anime che sembrano perdute, nascoste dalla loro stessa ombra. Non possono fuggire né farsi del male. Non trasudano più umanità, ma incubi rassegnati di una vita ormai in prestito a un’entità più grande. Troppo potente, inarrestabile. Eppure risultano anch’esse pedine di un disegno più grande, elementi scenografici a margine che lasciano spazio e valore ad una sola stanza, in fondo al corridoio del santuario. All’interno la morte lotta con la vita, la tiene in pugno e stringe le dita sempre più forte fino a far perdere quasi del tutto ogni traccia di vita mortale. A farne le spese è al madre dei protagonisti, ormai da vent’anni vittima di un demone che l’ha marchiata e che non la lascia andare quasi a volerne reclamare il possesso.

Helstrom rappresenta il riscatto della morte sulla vita e la vendetta che la vita si prende sulla morte. Non c’è religiosa accettazione della fine, non ne è contemplata una rappresentazione standard. Dalla morte si può risorgere così come dalla vita si può essere strappati via. 

Daimon e Ana Helstrom crescono e imparano a difendersi da loro stessi. Quello che vediamo è il risultato dei loro sforzi. Consapevoli, ma neanche troppo, delle loro capacità e della loro forza, tengono a bada la loro natura che altrimenti li costringerebbe ad essere nemici di loro stessi.
Ed in effetti la reazione al trauma è diversa per ognuno dei protagonisti, non può essere diversamente. Molto deriva dal caregiver che li ha accompagnati fino a diventare adulti e molto altro dal tempo e dalla lontananza. Il destino che li perseguita è scritto e deve essere così per sempre?

La risposta non promette né condanna, è la narrazione delle varie sfumature della morte e un’ode alla rinascita, così come dev’essere. Potente e tenace. Una rinascita che porta i geni del male e l’innocenza di una nuova vita umana.

Ma perché la religione è così importante? Per entrare nella concettualità di Gorgia, è e non può non essere. Esiste e da sempre vicina all’immortalità raccoglie le briciole del tempo che vive e che la ospita, le maneggia rendendole importanti storie di redenzione. Si attacca al poco e ne costruisce un impero. D’altronde è necessario avere un’ancora e credere di poter allontanare e sconfiggere il male attraverso le parole di qualcun altro. Ripetute in un salmo continuo, cantilenante e intenso, quasi a voler assoggettare l’oscurità a un buio ancor più profondo e incolore. Quasi a voler incastrare tra le righe del libro più antico del mondo tutte le cause di deviazione dalla norma. Ma non basta, ne farà le spese una delle giovani tirocinanti di Daimon. Perché, come sempre, di nuovo, la religione è e non può non essere. È chiaro, non serve spiegare ulteriormente quanta importanza riveste questo aspetto in Helstrom e in molti degli istanti più significativi delle dieci puntate. 

Non è mai semplice descrivere una serie del genere e poterne lodare le caratteristiche. Sarebbe molto più semplice avere la possibilità di raccontarla attraverso un paragone, ma se fosse possibile non ci sarebbe la giusta originalità a far da padrona. Qui c’è quello che serve per aprire le menti a un nuovo prodotto completamente inedito, un esperimento di Hulu basato sui personaggi Helstrom della Marvel Comics. Ma non permettiamo a questa etichetta di mandarci fuori strada, Daimon e Ana (Satana nei fumetti) non incarnano totalmente la figura del supereroe

Helstrom 3

Non ne sono i prototipi e non ne rappresentano le caratteristiche. Si ergono a protagonisti inconsapevoli di una storia che fa paura e che lascia cicatrici visibili e non, che marchiano la pelle e il futuro. Un futuro per cui non importa quanto si è pronti, si deve affrontare riuscendo per quanto possibile a rimandare la caduta nell’abisso. Non c’è spazio per la quotidiana noia mortale, Helstrom si scrive attraverso i tentativi di fuga e realizzazione, non si parla di bene come soluzione al male

Ed è questo che la rende una serie tutta da gustare, senza alcuna aspettativa, con solo la certezza che sarà un viaggio lungo, alla scoperta di vittime e carnefici e di un demone che è presente in ogni personaggio, in un modo o nell’altro, in una dimensione o nell’altra, in questa stagione o nella prossima. 

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Alessia Santostefano

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