She sure can sing the blues: Pearl di Janis Joplin

È il 3 ottobre del 1970. Le registrazioni di Pearl, il secondo album di Janis Joplin, stanno ormai per concludersi. Il suo nuovo gruppo, la Full Tilt Boogie Band ha registrato la parte strumentale di Buried Alive in the Blues, un pezzo scritto per Janis dall’amico Nick Gravenites. La cantante texana dovrebbe incidere la parte vocale, ma ormai si è fatto tardi e si decide di comune accordo di rimandare il tutto al giorno dopo. Il 4 ottobre però Janis viene trovata senza vita nella sua stanza al Landmark Hotel a causa di un’overdose. La stessa ragazza che sosteneva che stare sul palco era come fare l’amore con migliaia di persone, spesso si trovava a fare i conti con un’inesorabile solitudine interiore. E pensare che durante le lavorazioni del disco Janis sembrava quasi essersi lasciata alle spalle le tante, troppe turbolenze che l’avevano afflitta nel suo (purtroppo) breve percorso su questa terra.

Appena ventenne, lascia la natìa e conservatrice Port Arthur in autostop – direzione San Francisco – per inseguire sogni di rock’n’roll. La ragazzina modello che si divideva fra scouts e chiesa (qui muove i suoi “primi passi” nel coro della parrocchia) è già un ricordo lontano, e anche i continui litigi con la madre fanno parte del passato. Scopre la marijuana, sperimenta il peyote e comincia ad abusare di barbiturici, alcool e anfetamine. Nel ’66, mentre sta valutando se unirsi ai 13th Floor Elevators, accetta invece l’invito di entrare a far parte del gruppo psichedelico Big Brother & The Holding Company, prendendosi subito la scena al Monterey Pop Festival dell’anno successivo. Ma a Janis quella band va un po’ stretta e subito dopo l’uscita del capolavoro Cheap Thrills (con le interpretazioni da brivido di Piece of My Heart, Summertime e Ball and Chain) inizia la sua carriera solista supportata dalla Kozmic Blues Band. Il tempo di un album (I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!) e anche quest’esperienza dalle tinte soul/r’n’b viene messa da parte.

È il 1970 e c’è un nuovo gruppo a sostenerla, la Full Tilt Boogie Band. Stavolta sembra quella giusta, c’è una bella intesa, come d’altronde c’è perfetta sintonia con Paul Rothchild (ex produttore dei Doors) seduto in cabina di regia. A luglio si comincia a mettere mano alle canzoni che finiranno su Pearl: ad eccezione di Move Over – un irresistibile rock’n’roll grondante soul – e dello spassoso gospel a cappella Mercedes Benz, le altre sono reinterpretazioni di vecchi classici o brani scritti apposta per essere cantati dalla Joplin nel disco. Il motore di tutto è indubbiamente la sua voce: ora calda e carezzevole e un attimo dopo aspra e stentorea, in grado di cantare il blues col pathos della migliore Bessie Smith e il soul con l’ardore di Aretha Franklin. Cry Baby, per esempio, se ascoltata al volume giusto potrebbe sbatterti al muro, mentre Trust Me sa coccolarti e stringerti allo stesso tempo; e se My Baby è un gospel mancato, Half Moon mischia invece soul e funk. E poi ci sono A Woman Left Lonely, una ballad dal retrogusto autobiografico, e Get It While You Can, un pezzo dalle tinte southern dove la Allman Brothers Band incontra Otis Redding; ma soprattutto c’è Me and Bobby McGee, un brano country firmato da Kris Kristofferson che Janis farà immediatamente suo, raggiungendo per la prima volta il vertice della classifica dei 45 giri.

Quando Pearl arriva nei negozi, l’11 gennaio del 1971, Janis Joplin è già morta da più di tre mesi. In appena quattro anni di attività e altrettanti album, l’artista texana si è imposta come la prima vera e propria rockstar al femminile, segnando un’epoca e lasciandoci con l’inevitabile interrogativo di cosa avrebbe potuto ancora fare se non se ne fosse andata a soli 27 anni.

Open in Spotify

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *