Sogni psichedelici in dissolvenza: il debutto solista di David Crosby

Certi album hanno la rara capacità di racchiudere in sé il sound di un’epoca, di trasportarti in un luogo e in un tempo ben precisi. Ascoltando If I Could Only Remember My Name veniamo immediatamente catapultati nella California a cavallo tra i ’60 e i ’70. La scena della West Coast rivive e rifulge in ogni piega di questa opera, esordio in proprio di David Crosby che per realizzare il proprio capolavoro si è avvalso della collaborazione di chi ha reso quella stagione unica e irripetibile. Ci sono più o meno tutti: Neil Young e Graham Nash, buona parte dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead (che in quel periodo, negli stessi studi, stavano registrando rispettivamente Blows Against the Empire e American Beauty), Joni Mitchell e David Freiberg. Questo disco li coglie nel momento di maggior successo e all’apice della loro creatività.

Il protagonista di questa storia per esempio era reduce dai trionfi di Crosby, Stills & Nash e Déjà Vu e – proprio come i suoi soci, Young escluso – voleva dismettere gli abiti del gregario e ritagliarsi un posto solo ed esclusivamente suo. Aveva già consegnato alla storia pezzi come Guinnevere, Wooden Ships, Almost Cut My Hair e, prima ancora, quando militava nei Byrds, meraviglie psych-folk quali Everybody’s Been Burned, Why e Triad, ma un lavoro col suo nome – il suo soltanto – in copertina mancava ancora all’appello.
Quello che stava attraversando era un periodo non facile a causa della morte, in un incidente stradale, della sua ragazza. E se certi fantasmi lo attanaglieranno negli anni successivi facendolo sprofondare in un tunnel pieno di cocaina e problemi con la giustizia, nel suo debutto Crosby riesce – grazie alla musica e agli amici – a trovare una via di fuga, un modo di restare a galla.

Il senso di comunità, fratellanza e calore umano che pervade l’album è ben rappresentato da Music Is Love, il brano d’apertura scritto a sei mani con Nash e Young: chitarre acustiche in crescendo e un’interpretazione corale che fin dalle prime battute ci fanno pensare che sì, la musica è amore. Cowboy Movie, con i preziosi contributi di Jerry Garcia e del solito Young, fonde blues e psichedelia suonando a tratti come una Down By the River priva di ritornello. Echi di CSN sono invece rintracciabili nelle successive Tamalpais High (At About 3) e Laughing: nella prima le splendide armonie vocali si prendono la scena, mentre nella seconda i miraggi psichedelici sfumano nei cori della Mitchell e nella steel guitar di Garcia. L’ultimo sussulto elettrico arriva con What Are Their Names che ospita Michael Shrieve alla batteria (per intenderci: il batterista dei Santana, quello del solo epico a Woodstock durante Soul Sacrifice), visto che dalla successiva Traction in the Rain – che ricorda da vicino John Martyn – l’album scorre lieve verso la fine su sentieri in buona parte acustici e (quasi) strumentali. Nella lisergica Song with No Words (Tree with No Leaves) i vocalizzi di Crosby e Nash si amalgamano con le trame sonore disegnate dagli Airplane Jorma Kaukonen e Jack Casady e dal piano avvolgente di Gregg Rolie, mentre in Orleans e I’d Swear There Was Somebody Here la voce di Croz si fa prima angelica e poi spirituale, quasi provenisse dal fondo dell’oceano.

Con If I Could Only Remember My Name David Crosby ha scritto il testamento della psichedelia targata West Coast, e poco importa se impiegherà diciotto lunghissimi anni per pubblicare un altro lavoro in proprio. Il suo esordio resta un tramonto sonoro in cui perdersi, un’opera che rimane ferma nel tempo, come quel sole in copertina che sta per spegnersi ma che non cala mai.

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