Sticky Fingers: salina con i Rolling Stones

We learned more from a three-minute record, baby, than we ever learned in school

Non mi sono rincoglionito. Lo so che questa qua sopra non è una citazione dei Rolling Stones, bensì di Bruce Springsteen. So anche che il brano in questione, No Surrender, con gli Stones non c’azzecca granché, ma quando ascolto Sticky Fingers questi sono i primi versi che mi vengono in mente. Sì, perché ai tempi del liceo, quando non andavo a scuola e facevo salina, spesso cercavo di compensare quella perdita di cultura con un altro tipo di sapere che a scuola non ti insegnano ma che può sempre tornarti utile: il rock’n’roll. (E a riguardo mi domando: è cambiato qualcosa negli ultimi 15-20 anni o in ambito musicale a scuola siamo ancora fermi al flauto?)
Erano i tempi delle grandi scoperte e presi quel disco – assieme al live At Fillmore East della Allman Brothers Band – in una di quelle mattinate passate a non fare un cazzo, dove i minuti scorrevano con fatica in attesa arrivasse l’ora di pranzo.

Di Sticky Fingers conoscevo già Brown Sugar e Wild Horses grazie alla raccolta Forty Licks, ma soprattutto andavo matto per Can’t You Hear Me Knocking, che inaugurava la colonna sonora di Blow. E siccome un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, ma tre fanno una prova, ho pensato che c’era materiale più che sufficiente per spingermi all’acquisto. E poi c’era la mitica cover di Andy Warhol, con quei jeans rigonfi d’amore che nelle prime tirature era – ehm – dotata pure di una vera e propria zip. Era anche il disco della linguaccia, ormai abusata ma che proprio in questo lavoro faceva la sua prima apparizione come logo della Rolling Stones Records, neonata etichetta di proprietà della band. Era il 1971 e Mick Jagger e soci erano in stato di grazia. Venivano da due capolavori assoluti (Beggars Banquet e Let It Bleed) e l’anno successivo avrebbero calato il poker con l’enorme Exile on Main St., confermando quanto la stampa diceva ormai da un po’: erano the best rock’n’roll band in the world.

Definizioni che lasciano il tempo che trovano, ok, ma quando parte Brown Sugar chi oserebbe sostenere il contrario? L’emblematico riff di Keith Richards, la batteria secca di Charlie Watts, il basso rigoroso di Bill Wyman, il piano del fido Ian Stewart e il sax travolgente del mitico Bobby Keys sorreggono un Jagger in forma smagliante che ciarla di schiavitù, sesso ed eroina. Che dire poi di quel ragazzo, raccomandato da John Mayall, entrato da poco in pianta stabile nel gruppo dopo un paio di collaborazioni? Il suo nome è Mick Taylor, è poco più che ventenne ma ha talento da vendere e lo dimostra senza indugi prima negli assoli laceranti che sconquassano Sway, e poi nella coda strumentale di Can’t You Hear Me Knocking (la cosa più vicina ai Santana incisa dagli Stones) dove dialoga e gioca a rimpiattino col sax del solito Keys.
La band è una macchina da guerra, un meccanismo perfetto, e gli stretti legami con la musica americana in Sticky Fingers si fanno ancora più tangibili: il tocco squisitamente country-folk di Wild Horses; la ritmica funky, il groove trascinante e i fiati squillanti di Bitch; le radici blues nella rilettura di I Gotta Move e il folk-blues che flirta con l’honky-tonk nella beffarda Dead Flowers.
Un ruolo spesso fondamentale viene giocato inoltre dagli ospiti che partecipano all’opera: Ry Cooder e la sua magistrale slide in Sister Morphine (favola tossica firmata da Marianne Faithfull); Billy Preston che col suo organo squarcia l’atmosfera malinconica di I Got the Blues (una clamorosa southern ballad che Otis Redding si è dimenticato di scrivere); infine Paul Buckmaster e i suoi grandiosi arrangiamenti orchestrali nella conclusiva, languida Moonlight Mile.

Tornando a quella mattina, non ricordo perché decisi di fare salina: so di per certo che quell’assenza in sé non ebbe una grossa incidenza sulla scelta dei prof di bocciarmi – ero già praticamente spacciato – mentre è innegabile l’influenza che ebbe l’ascolto di Sticky Fingers sulla mia formazione musicale (e non solo). Perché le canzoni possono insegnarci tante cose, proprio come cantava Bruce.

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