Strike a POSE – la serie che spezza le diversità

Di Cecilia Ciaccio

Ho visto senza sosta le due stagioni di Pose su Netflix, serie ideata da Ryan Murphy,  prodotta da Fox. 

Pose tratta dell’iconica cultura del ballo di New York: un racconto allo stesso tempo spaziale e difficile del mondo delle ballroom nella vera capitale americana degli anni Ottanta, ritratta come un luogo spigoloso e rischioso: luoghi all’apparenza duri ma spontanei ed estremamente eterogenei.

Forse è proprio per questo che in quel periodo esplose l’arte del voguing: lo stile di danza contemporaneo, nato nei locali gay, ispirato alle pose delle modelle fotografate dalla rivista Vogue, ai geroglifici  dell’antico Egitto e agli esercizi di ginnastica, celebrato anche da Madonna durante i suoi concerti.  

Pose è la storia della comunità LGBT+ newyorkese tra gli anni Ottanta e Novanta, quando quella parte di società era emarginata, anche perché scomoda e povera. Come nella realtà, quei personaggi,  rappresentazione perfetta di se stessi, sono considerati nient’altro che gli ultimi della società. Episodio dopo episodio, sensazione dopo sensazione, si è rafforzata in me la convinzione che proprio quella realtà possa essere osservata da un altro punto di vista: per quanto si possa  immaginare lontano quell’universo, ci appartiene molto di più di quanto si possa pensare.  

Con sincerità disarmante infatti la serie racconta l’esplodere e il dilagare dell’AIDS nella comunità LGBT+, con i sui risvolti disperati e drammatici, ma sempre con il desiderio e la passione nel guardare al domani, così tanto intensamente da coinvolgere anche me, come mai prima.  

Butterfly/Cocoon (titolo di un episodio), cioè la metafora della farfalla e del bozzolo, ricorre spesso in tutta la serie. Non importa il tema di ogni sfilata: che sia la moda vintage, lo stile di Parigi  o l’abbigliamento da ufficio, è indispensabile che nello spettacolo domini un’anima profonda e  splendente, avendo così la libertà e la possibilità di riscattarsi e mettere in luce la parte migliore di  sé, grazie anche a quegli abiti così sfarzosi da togliere il fiato, a quei look eccessivi, ma missionari  di un messaggio più grande. Perché potersi esprimere pienamente lontano dai pregiudizi è tutto. 

“È un buon modo di vivere, lottare per sé. Per gli amici, per una comunità che condivide le nostre  esperienze per la dignità e una vita migliore, e che ci sarà una svolta.”

(Peter Stadey,  “Rivelazioni” episodio 8, stagione 2) 

TRAILER 

STAGIONE 1 (trailer 1) 

STAGIONE 1 (trailer 2) 

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