The Boy with the Arab Strap: l’irresistibile leggerezza dei Belle and Sebastian

Di Andrea Ceccarelli

Ci sono album che si guadagnano le luci della ribalta grazie a imponenti battage pubblicitari, sostenuti da grandi case discografiche con cospicui investimenti e strategie studiate a tavolino. E poi ci sono album che riescono ad entrare in classifica semplicemente con un passaparola, senza bisogno di sponsor o escamotage commerciali. The Boy with the Arab Strap appartiene a quest’ultima categoria. 

Se nel 1998 i Belle and Sebastian arrivano fino alla posizione numero 12 in UK, il merito è solo delle loro canzoni. La band scozzese infatti – all’alba del terzo lavoro – si sottrae ancora a qualsiasi forma di propaganda, schivando il più possibile le interviste ed evitando le foto promozionali (spesso facendo posare una ragazza che nulla ha a che vedere col gruppo). Per i live, inoltre, predilige location come biblioteche e atri delle chiese, agevolando così uno stretto rapporto col pubblico.

Quello che nasce come una sorta di progetto universitario, ben presto però diviene una band vera e propria. L’esordio Tigermilk (inizialmente stampato in appena mille copie), e soprattutto il successivo If You’re Feeling Sinister, usciti entrambi nel ’96, creano attorno al leader Stuart Murdoch e al complesso di Glasgow una piccola ma compatta schiera di seguaci. Un tris formidabile di EP, l’anno seguente, amplifica quindi il word of mouth che a quel punto si diffonde a macchia d’olio, e al momento dell’uscita del terzo difficile album sempre più gente – i fan come anche buona parte della stampa musicale britannica – attende con trepidazione il loro nuovo lavoro.

The Boy with the Arab Strap esce il 7 settembre del 1998 e mette subito tutti d’accordo. La delicatezza pop, le armonie semplici ma ammalianti e i testi ingegnosi sospesi tra l’ironico e il nostalgico sono sempre stati i tratti distintivi della band, ma mai come qui la loro visione d’insieme risulta essere così lucida, a testimonianza di una maturità artistica pienamente raggiunta. 

Il gioco dei “rimandi” potrebbe non finire mai ascoltando questo disco, generando associazioni musicali spesso inverosimili, ma senz’altro suggestive. Questo è il luogo in cui Nick Drake sembra cantare un testo scritto da Morrissey (It Could Have Been a Brilliant Career), per poi fare comunella con i Love (Ease Your Feet in the Sea) che poco più avanti si lasciano trascinare al Wigan Casino da un Arthur Lee in piena fregola northern soul (Dirty Dream Number Two). Ma troviamo anche Paul Simon a passeggio con Kevin Ayers (The Boy with the Arab Strap), oppure Donovan a braccetto prima con i Go-Betweens (A Summer Wasting) e poi con Nico (The Rollercoaster Ride), e quelli lì potrebbero essere gli Stereolab alle prese con uno scritto di Lloyd Cole (Sleep the Clock Around).

Ma oltre ai brani firmati dal solito Murdoch, la novità dell’album sta nel fatto che anche altri membri collaborano con pezzi propri. Il chitarrista Stevie Jackson firma due ballad deliziose (Seymour Stein e Chickfactor), la violoncellista e corista Isobel Campbell la soave e struggente Is It Wicked Not to Care?, e il bassista Stuart David l’esperimento lounge-jazz A Space Boy Dream, aggiungendo nuovi colori alla tavolozza della band.

I Belle and Sebastian diventano così il fiore all’occhiello del movimento chamber pop, ma la bellezza impalpabile e senza tempo di The Boy with the Arab Strap è destinata a trascendere qualsiasi catalogazione.

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