The Boys

The Boys 2 – Tra naziste e capodogli brutalizzati

“Le persone amano quello che ho da dire – ci credono veramente. Semplicemente non gli piace la parola Nazista”.

Basterebbe questa frase per racchiudere la macroarea tematica che contraddistingue la seconda stagione di The Boys, fortunatissima serie di Amazon Prime Video creata da Eric Kripke che racconta un mondo in cui i supereroi esistono, fanno parte del tessuto sociale cittadino e, fondamentalmente, fanno un po’ il cazzo che vogliono!

Dopo una prima stagione acclamata da pubblico e critica, Butcher, Hughie e soci tornano per fermare lo strapotere della Vought, la mega compagnia che “controlla” i supereroi più importanti e potenti del mondo, i Sette, capitanati sempre da Homelander, ma con una nuova importantissima aggiunta: Stormfront (magnificamente interpretata da Aya Cash).

Presentata come pseudofemminista e anti corporation, la vera natura di questa potentissima supereroina si dipana lungo la narrazione del racconto, fino ad arrivare alla lapidaria frase con cui abbiamo aperto. In questa seconda stagione, The Boys, si conferma una delle serie meglio riuscite per quanto riguarda la rappresentazione di un universo alternativo che ha incredibile rilevanza con la realtà contemporanea.

A livello di cifra stilistica, la serie strizza molto l’occhio a un pubblico smartphone-nativo, spinge sulla dirompente potenza dello storytelling digitale (fatto di meme e video virali) raccontando la polarizzazione della società contemporanea in maniera satirica e non didascalica, lasciando anche dei presagi nefasti per un mondo che decide di farsi guidare dalla sua parte più arrabbiata e vendicativa. Da questo punto di vista è meraviglioso l’opening del penultimo episodio, quando vediamo, in pochi frame, la radicalizzazione di un innocuo maschio bianco che spara al proprietario (non bianco) del suo alimentari di fiducia perché lo sospetta di essere un super terrorista.

https://www.youtube.com/watch?v=nh0gbPA-ktw
Quando bastano azioni e montaggio per costruire una grande sequenza.

The Boys è questo: un intrattenimento di alta qualità che, oltre a prendere allegramente per i fondelli anni e anni di narrazione supereroistica, decide di alzare l’asticella del disturbante e del cringe sempre una tacca oltre. Nel frattempo ci sarebbero anche le storie dei personaggi e da questo punto di vista emerge il poco materiale narrativo investito in questa seconda stagione, che si rivela un racconto di transizione, in cui gli archi dei personaggi hanno dei picchi soltanto negli ultimi due episodi e la ricchezza delle relazioni costruita nella prima stagione viene spesso sacrificata in favore di capodogli brutalmente dilaniati o di tette bruciacchiate a caso.

Scendendo più nel dettaglio: Butcher ha scoperto che Becca è viva, ma riportarla a casa non sarà così facile (o forse sì, ma magari no, ecco, nella writers room c’è stata un po’ di confusione su questo). Il più cattivo dei buoni è sostenuto da una performance attoriale di altissimo livello, la sua ruvidità è ancora uno dei tratti più belli del personaggio e in questa seconda stagione scopriamo che la sua famiglia è ancora più sciroccata di lui. La tridimensionalità di Butcher ha molto a che fare con il rapporto con suo padre e più in generale con la possibilità di sentirsi parte lui stesso di una cosa simile a una famiglia. Desiderio e paura che condivide con Starlight, un personaggio che diventa interessante solo a tratti, per esempio quando avvertiamo la sua butcherizzazione anche se solo per un episodio e in favore della salute di Hughie, solito Hughie, che alla fine di questa stagione proverà finalmente a volare con le sue ali.

A proposito di volare: il personaggio di Homelander perde quasi del tutto il suo lato interessante in questi otto episodi e lo salva soltanto una magistrale performance di Antony Starr (il cast della serie è pazzesco, scelte ineccepibili e resa superlativa). Poi ci sono Frenchie e Kimiko, per distacco la romance meglio riuscita dell’intera serie, proprio perché in questo caso bisogna giocare con qualcosa che non siano i dialoghi e ancora una volta c’è una sintonia tra i due in scena che fa venire tanta voglia di coccole, anche se lei è un assassina e lui un trafficante d’armi. Che coppia.

Awww

Tornando ai supes, lascia molto perplesso l’utilizzo di Queen Maeve, forse il personaggio femminile più interessante della serie, relegata a un ruolo da sparring quando va bene e a ostaggio inattivo della sua autocommisarazione quando va male (quindi più spesso). È una donna, è gay, è moralmente diversa dagli altri, ha una sfera emotiva dilaniata e l’unica cosa che fa è ribaltare un tavolo? C’è tanto racconto intorno a lei, magari nella terza stagione vedremo qualcosa di meglio.

Ininfluenti se non dannose le linee di A-Train e Deep, risucchiati in una specie di Scientology impallinata con la bibita Fresca, mentre è interessante il personaggio di Stan Edgar, il nuovo capo della Vought, interpretato da uno stilosissimo Giancarlo Esposito, al quale basta una frase per mettere a cuccia Homelander. Di certo è un personaggio che può regalare ancora molte sorprese nella terza stagione, così come Victoria Neuman (Claudia Doumit), la rampante senatrice che vorrebbe “statalizzare” la presenza dei supereroi sul suolo americano e che di sorpresa ne ha già sganciata una bella grossa, lasciandoci con un finale giusto un filo inaspettato.

The Boys si conferma una serie molto godibile, con dei passaggi splatter e molesti un po’ gratuiti (altri divertentissimi invece, come Love Sausage ad esempio), una scrittura abbastanza solida, qualche buco macroscopico qua e là e una narrazione dei personaggi che si accontenta un po’ troppo della “prima osteria” (soprattutto per quello che riguarda i personaggi femminili). Detto ciò, si tratta di un racconto avvincente e coinvolgente, che non si tira indietro nei momenti di satira e critica sociale, che parla un linguaggio fresco e delle volte riesce anche a toccare le corde più inesplorate della sensibilità dello spettatore.

Postilla finale sulla modalità di fruizione, molto atipica per una piattaforma OTT: tre puntate subito, poi un appuntamento settimanale fisso per le altre. A modesto parere di chi scrive la strategia anti bingewatching ha funzionato molto, fidelizzando ancora di più un pubblico per definizione dispersivo nel marasma dei titoli in streaming e dando ancora più valore a ogni svolta narrativa della serie.

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Paolo Stradaioli

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