Tre volte Ten: il debutto dei Pearl Jam compie trent’anni

Messo da parte il progetto Temple of the Dog (precedentemente trattato su questi schermi), Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready ed Eddie Vedder si ritrovano in studio a fine marzo del ’91 per registrare il materiale che andrà a comporre il debutto dei Pearl Jam. Per Gossard e Ament, pilastri del gruppo e veterani della scena di Seattle dopo le esperienze maturate con i Green River e i Mother Love Bone, pare sia giunto il momento della definitiva affermazione. Stavolta il gruppo può essere quello giusto, quello in grado di garantire stabilità, di durare nel tempo. Per Vedder e McCready è l’occasione di confermare quanto di buono fatto nel tributo a Andrew Wood. Il cantante di San Diego, in particolare, firmando tutti i testi e contribuendo a plasmare le melodie dei pezzi comincia ben presto a ritagliarsi uno spazio tutto suo. Vinta la timidezza iniziale – anche grazie al supporto e ai consigli del sodale Chris Cornell – diventerà ben presto l’elemento catalizzatore della band, specie nelle esibizioni dal vivo condite da stage diving temerari, a volte persino incoscienti. Ma andiamo per gradi.

Ecco a voi i… Mookie Blaylock
Il primo nome scelto dal gruppo di Seattle era quello del cestista americano Mookie Blaylock, ma per problemi di copyright hanno dovuto cambiarlo
(Intitolando il disco Ten hanno comunque reso omaggio al loro idolo, numero 10 dei New Jersey Nets)

I cinque musicisti – l’altro è il batterista Dave Krusen – quando entrano nello studio London Bridge di Seattle con Rick Parashar, lo stesso produttore di Temple of the Dog, sono già un pezzo avanti con il lavoro. Più della metà delle undici canzoni sono già state messe a punto (anche se Even Flow richiederà un’infinità di take) e in un mesetto Ten è pronto per essere rifinito e impacchettato dalla Epic/Sony. Il poco tempo impiegato per le incisioni può far pensare a un’operazione sbrigativa, ma la verità è che l’incontro tra la maturità di Gossard e Ament e il talento ancora puro – ma tutt’altro che acerbo – di Vedder fa scoccare la scintilla. E poco importa se al termine delle registrazioni Krusen lascia il gruppo per problemi di alcolismo dando il via al valzer dei batteristi; il legame creatosi tra loro, anche per merito di un’incessante attività live, rende quest’album uno degli esordi più solidi e meglio strutturati della sua epoca.

“Uno per tutti, tutti tranne uno”
Poco dopo le registrazioni di Ten Dave Krusen cede il posto a Matt Chamberlain che viene presto rimpiazzato da Dave Abruzzese che viene quindi sostituito da Jack Irons che infine lascia lo sgabello a Matt Cameron, incredibilmente ancora in sella dopo più di vent’anni

Ten esce il 27 agosto del 1991 e ha fin da subito un buon riscontro commerciale, anche se il successo vero e proprio arriverà qualche mese più tardi complice il boom di Nevermind e del fenomeno grunge spinto da MTV. Musicalmente pesca principalmente dal passato glorioso dell’hard rock e più in generale dai grandi gruppi degli anni ’70, ma ad un sound classico aggiunge un pizzico di post-punk e street metal, riprendendo a tratti il discorso iniziato da Gossard e Ament con i Mother Love Bone (l’embrione di Even Flow, per fare un esempio, era già presente in Holy Roller). Il risultato sono undici brani potenti ma anche suggestivi, dove si staglia la voce cavernosa, graffiante e carica di tensione di Eddie Vedder. Ma un altro punto di forza del disco risiede sicuramente nei testi dello stesso cantante, in grado di delineare deliri e psicosi dell’America intervallandoli con sprazzi di intimità autobiografica (Alive), dipingendo il quadro fosco e sincero di una generazione disillusa che sembra aver perso la bussola. C’è la storia di cronaca nera del ragazzino texano che si spara in classe di fronte ai compagni (Jeremy) oppure la vicenda assurda – ma purtroppo sempre reale – di una ragazza rinchiusa in un ospedale psichiatrico perché sorpresa dai genitori a fumare marijuana (Why Go); ci sono il serial killer di Once e il senzatetto in attesa di giorni migliori di Even Flow. Tornando al lato musicale, laddove i ritmi si fanno meno serrati e le atmosfere più dilatate, troviamo brani evocativi come Oceans e Release o ballad fragili e struggenti come la bellissima Black.

Nei tre lavori successivi i Pearl Jam offriranno prove artisticamente più valide e musicalmente più a fuoco, ma quanto a importanza storica Ten rimane l’album più significativo del gruppo e il primo – o al massimo il secondo – che ci viene in mente quando pensiamo alla scena grunge.

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *