Un figlio degenere: Son of Schmilsson di Harry Nilsson

17 luglio 2014. Mi trovo a Fiesole, “nella splendida cornice” dell’Anfiteatro Romano, per assistere al concerto degli Eels. Location fantastica, cielo stellato, temperatura gradevole ma soprattutto una band impeccabile e un Mr. E in forma smagliante, in grado di vestire i panni del mattatore tra black humour, siparietti col pubblico e malcelata timidezza. La scaletta fila liscia pescando tanto dall’ultimo album quanto chiaramente dai classici del repertorio della band. Giunti al termine, Mark come bis propone Can’t Help Falling in Love (e fin qui…) e una ballad sommessa, praticamente in punta di piedi fino all’arrivo dei fiati, di cui ignoro il titolo. Si tratta, scoprirò poco dopo, di Turn on Your Radio, una canzone di Harry Nilsson del 1972. Un attimo: Harry chi?

Fatto serata, Harry?

Ma certo, quello di Everybody’s Talkin’ e Without You, impossibile non averle mai sentite. La prima è diventata una hit grazie alla sua inclusione in Midnight Cowboy (Un uomo da marciapiede), e la seconda è stata rifatta dagli artisti più disparati dopo aver conquistato la vetta delle classifiche USA e UK. Ma c’è un però: nessuna delle due è stata scritta da Nilsson, e sono rispettivamente farina del sacco di Fred Neil e di Pete Ham e Tom Evans dei Badfinger. Quindi si tratta semplicemente di un ottimo interprete che come autore non vale poi ‘sto granché? All’epoca il dubbio c’era, ma mettendo mano e orecchie ai suoi lavori e informandomi di più sul cantante newyorchese mi si è aperto un mondo su quello che è a tutti gli effetti un gigante della musica americana.

Un ultimo giro di cedrate e poi a nanna, ok?
(John Lennon con la sua nuova fiamma May Pang e Harry Nilsson durante il famigerato “Lost Weekend” dell’ex Beatle)

Harry Nilsson è il mio cantante americano preferito”. Chi lo ha detto? Mio zio? Scaruffi? No, l’ha detto John Lennon in una conferenza del ’68, e subito dopo gli ha fatto eco Paul McCartney. Magari i Fab Two sono stati influenzati dalle due cover (She’s Leaving Home e You Can’t Do That – quest’ultima forse il primo esempio di mash-up musicale) presenti in Pandemonium Shadow Show, l’opera a partire dalla quale il Nostro lascerà l’impiego in banca per dedicarsi interamente alle sette note. Fatto sta che un endorsement del genere per quello che praticamente era ancora uno sconosciuto ne aiuta sicuramente l’ascesa. E se con Aerial Ballet ripete la formula di un pop orchestrale sospeso tra il barocco e lo psichedelico, ben presto l’artista americano si smarca da qualsivoglia catalogazione. Nel ’70 prima realizza un album di cover di Randy Newman e poi la colonna sonora di un film d’animazione basato su una favola scritta dallo stesso Nilsson sotto acido. L’exploit di Without You nel 1971 fa poi da apripista a Nilsson Schmilsson, il suo album più venduto di sempre che tra le altre contiene le celebri Coconut e Jump into the Fire.
Che fare adesso?

La cover “vampiresca” ideata e realizzata dal fotografo Michael Putland sulla scalinata della casa di George Harrison, a Friar Park, nell’Oxfordshire

La sua etichetta, la RCA, vorrebbe ovviamente un sequel, ma Harry è poco avvezzo ad adeguarsi alle regole del successo e preferisce come sempre seguire il proprio istinto. Il risultato sarà una via di mezzo. Se da un lato il titolo suggerisce un filo conduttore con il lavoro precedente, dall’altro i contenuti ne estremizzano l’impostazione di fondo, e oltre ad esserne il figlio (degenere) ne è il compagno di bevute, l’amico geniale ma svitato, eccentrico e sboccato col quale smaltire una sbornia nostalgica. Son of Schmilsson è un album totalmente fuori di testa in cui potete trovare bellissime canzoni d’amore (la sopraccitata Turn on Your Radio) e country strampalati che sembrano fare il verso a Kris Kristofferson (Joy); quartetti d’archi (Remember (Christmas)) e southern boogie (At My Front Door); brani che si avvalgono della conduzione orchestrale del mitico Paul Buckmaster (Spaceman) e un coro di anziani di una casa di riposo che cantano “Preferirei essere morto piuttosto che bagnare il mio letto” (I’d Rather Be Dead). Il tutto inframmezzato da effetti sonori degni dei peggiori film horror, gargarismi e rutti. Questo potrebbe far pensare solo ad un’opera schizofrenica di un simpatico cazzone, ma – anche al netto di tutte le stramberie – la qualità dei brani è tale da far comprendere a chiunque la statura compositiva del suo artefice. Dando un’occhiata ai credits, poi, l’album acquista ancora più valore. Tra gli altri vi prendono parte: Ringo Starr e George Harrison, Lowell George dei Little Feat, Peter Frampton, Bobby Keys, Chris Spedding e Klaus Voormann (ottimo bassista noto ai più per aver realizzato la copertina di Revolver).

Se Nilsson Schmilsson rimane il suo lavoro migliore, Son of Schmilsson è quello dove è possibile apprezzare quasi in toto – solo una cover a dispetto delle tre presenti nel disco precedente – il talento eclettico e sfaccettato di un autore geniale come Harry Nilsson.

P.S. Turn on Your Radio, da ormai sette anni, è diventata una presenza fissa nei miei rari dj set, perfetta per quando le luci si accendono e arriva il momento di tornare a casa. Thanks, Mark!

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