Un’inconcepibile normalità: Spiderland degli Slint

Quando Spiderland fece breccia nel mio cuore mi trovavo in piscina. Non propriamente in acqua come quei quattro ragazzi di Louisville (Kentucky) nel famoso scatto di Will Oldham, ma steso sul pratino, a bordo vasca. Non era la prima volta che lo ascoltavo, ma fino a quel momento non era scoccata la scintilla. Era qualcosa che esulava dai miei soliti ascolti pur essendo il frutto di due chitarre, un basso e una batteria. Era il post-rock, ma io ancora non lo sapevo. Chi lo sapeva era Lorenzo, un ragazzo che incontrai quel giorno in piscina col quale parlavo sempre e solo di musica nelle rare occasioni in cui ci si beccava in giro. Conoscendo il suo interesse per l’universo alternative – specie nella sua accezione più sperimentale – gli tirai fuori il nome degli Slint e lui sfoggiò subito il sorriso di quello che la sapeva lunga. Non mi ricordo cosa disse di preciso, ma imparai un nuovo termine: melanconia. Era un sinonimo di malinconia? Lo ignoravo, ma allo stesso tempo lo trovavo ficcante e da quel momento l’avrei sempre associato a quel disco.

Un'inconcepibile normalità: Spiderland degli Slint

Stati d’animo a parte, di cosa parliamo quando parliamo di post-rock? Quando Simon Reynolds coniò il termine, nel 1994, non faceva riferimento agli Slint ma ad alcuni gruppi britannici – Stereolab e Moonshake i nomi più famosi – che “facevano uso di una strumentazione rock per scopi non rock”. La chitarra, per esempio, non era più usata per creare riff e power chords ma come sorgente di timbri e tessiture. La voce, quando presente, aveva spesso una funzione diversa, quasi di riempimento, un recitativo di sottofondo. La forma canzone veniva destrutturata in favore di una libertà espressiva che in qualche modo sembrava incoraggiarne il suo superamento. Gli Slint, assieme agli ultimi Talk Talk, potevano essere considerati a tutti gli effetti i padri di questo nuovo genere.

La band nasceva dalle ceneri post-hardcore degli Squirrel Bait (consigliatissimo il loro Skag Heaven) e da quelle metal dei Maurice, e debuttava nel 1989 con Tweez, prodotto da Steve Albini. Il disco era stato registrato due anni prima, ma rimase praticamente invisibile fino alla ristampa firmata dalla Touch and Go datata ’93. Nel mezzo, il 27 marzo del 1991, vedeva la luce Spiderland, secondo e ultimo lavoro dei quattro che a sua volta verrà ignorato dai più, almeno all’inizio. Può succedere a chi riesce nell’impresa di precorrere i tempi, ma in fondo sarebbe stato strano il contrario visto che quando l’album arrivò nei negozi il gruppo si era già sciolto senza averlo promosso in alcun modo.

Un'inconcepibile normalità: Spiderland degli Slint

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Inciso in un fine settimana, con buona parte dei testi scritti sul momento, Spiderland attuava segretamente la sua rivoluzione in appena sei mosse e quaranta minuti scarsi. L’iniziale Breadcrumb Trail, con la sua alternanza di arpeggi e chitarre distorte, introduce subito l’ascoltatore nelle dinamiche del disco: le strutture cicliche, a volte ipnotiche (Don, Aman); un cantato che da intellegibile si fa disperato (Good Morning Captain); i frequenti cambi di tempo, le metriche astruse (Nosferatu Man); i crescendo strumentali (For Dinner…) e una quasi totale riluttanza nei confronti della semplice melodia (se si esclude Washer, forse l’unica che si potrebbe definire orecchiabile, sicuramente la canzone più vicina a un’impostazione classica).

Brian McMahan, David Pajo, Britt Walford e Todd Brashear erano appena ventenni all’epoca delle registrazioni ed è incredibile pensare a quello che riuscirono a realizzare con così poco. Le atmosfere rarefatte e lo spirito enigmatico di Spiderland aleggeranno su buona parte dell’alternative che verrà – Mogwai e June of 44 per citare i soliti, ma per vie traverse io direi pure i Pavement – trasformando gli Slint da band di culto a pietra di paragone per tutti coloro che negli anni tenteranno di ripercorrerne le orme.

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