Who’s next: l’araba fenice degli Who

C’era una volta Lifehouse, un progetto sontuoso, rivoluzionario, in grado non solo di andare oltre alla semplice idea di album, ma anche di superare quanto espresso fin lì in materia di concept e rock opera. Tutto ruota attorno a un ciclo di venti canzoni che però si sviluppa su più livelli: una sceneggiatura per un film ad alto costo, uno spettacolo teatrale e una serie di live show da vivere come veri e propri happening, dove gli spettatori possono interagire con la band e influenzarne non solo l’esibizione ma anche le canzoni stesse. Dietro a tutto questo c’è sempre lui, Pete Townshend, chitarrista e principale autore degli Who che all’inzio del 1971 non vuole replicare la formuletta del successo di Tommy ma tenta di alzare ancora di più l’asticella delle sue ambizioni. “Total music”, “audience participation rock”, “the first real rock film” sono le espressioni che usa Pete per descrivere questa nuova opera magna, ma giunti all’atto pratico, quasi nulla sembra funzionare.

John Entwistle, Keith Moon, Pete Townshend e Roger Daltrey fotografati da Michael Putland a una conferenza stampa nel Surrey un mese prima dell’uscita di Who’s Next

Al di là di come tradurre in realtà questa specie di nuova frontiera musicale, un altro ostacolo è rappresentato dal poco entusiasmo del resto dei componenti a farsi coinvolgere in questa nuova avventura. Inoltre i live programmati al Young Vic Theatre di Londra non vanno come previsto e il rapporto col manager Kit Lambert – ormai schiavo dell’eroina – è ai minimi storici. Pete Townshend finisce sull’orlo di un esaurimento nervoso e gli Who, come affermerà anni dopo il cantante Roger Daltrey, non sono mai stati così vicino allo scioglimento. A rimettere un po’ d’ordine ci pensa Glyn Johns, che prende posto in cabina di regia e comincia a registrare il materiale destinato a Lifehouse, scoprendo che le canzoni – private di tutte le velleità concettuali e del fardello narrativo – sono dannatamente buone. C’è materiale sufficiente per un doppio album, ma Johns convince la band a ridurre il minutaggio per rendere il prodotto più fruibile e di maggior impatto. Alla fine i pezzi sono nove, l’album è uno soltanto e il suo titolo è Who’s Next. Il progetto Lifehouse è ufficialmente tramontato.

Il famoso scatto di Ethan Russell nato da una discussione tra Entwistle e Moon su 2001: Odissea nello spazio

Non tutto il male viene per nuocere, anzi. Credo sia questo il pensiero di quelli che, conoscendo gli antefatti, il 14 agosto del 1971 fanno girare per la prima volta il nuovo lavoro degli Who. E anche lo stesso Townshend, dopo il rammarico iniziale per quella che avrebbe potuto essere la sua opera multimediale, col tempo dovrà per forza di cose ricredersi. Who’s Next segna in maniera indelebile gli anni ’70 conquistando fin da subito critica e pubblico, e lo fa senza rinunciare alla sperimentazione. È qui che per la prima volta in un disco rock sintetizzatori quali ARP e VCS3 vengono utilizzati non come orpelli ma come parte integrante di un brano. A fare però la differenza è l’alchimia ritrovata tra i quattro membri: Roger Daltrey non aveva mai cantato così bene e si impone definitivamente come uno dei migliori interpreti del suo tempo; il drumming straripante e poderoso di Keith Moon viene in qualche modo addomesticato per ottenere un sound più pulito e nitido; John Entwistle arricchisce le trame sonore col suo basso dinamico e melodico e infine Pete Townshend che, oltre a firmare tutti i brani (tranne My Wife di Entwistle) e al suo prezioso lavoro con i sintetizzatori, consolida il suo ruolo di guitar hero tra power chords palpitanti e tessiture acustiche deliziose. E le canzoni? Non hanno davvero bisogno di presentazioni. Baba O’Riley, Won’t Get Fooled Again, Behind Blue Eyes, come pure Bargain, Getting in Tune e The Song Is Over sono tra le migliori del loro repertorio e rappresentano al meglio la maturità artistica raggiunta dalla band.

A detta di molti Who’s Next è il vero capolavoro degli Who, il loro miglior album in studio. A cinquant’anni dalla sua uscita conserva ancora una carica devastante e sta lì a dimostrarci come da un fallimento talvolta può nascere qualcosa di grandioso e unico.

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